Il Catcalling: quando non è solo un saluto

Stai camminando per strada tranquillamente quando, ad un tratto, un ragazzo (o più di uno) si sporge dal finestrino della macchina e ti urla qualcosa. La natura dell’apprezzamento poco importa, sta di fatto che questo scenario, almeno per la maggior parte delle donne, risultafamiliare.

Se ci pensate la dinamica è singolare: un uomo (o ragazzo che sia) che non hai mai visto prima, prende e ti urla che sei figa, sorca, bella, fregna. Tu fai sempre la stessa cosa, subisci e passi oltre.

Non so se gli uomini che compiono queste azioni siano consapevoli che a (quasi) nessuna ragazza fa piacere essere oggetto dei loro apprezzamenti più svariati, ma so che gli uomini si permettono di renderci oggetti dei suddetti apprezzamenti perché, semplicemente, possono.

Per una questione genetica l’uomo è fisicamente più forte della donna, quindi, se un uomo ti fischia per strada è meglio non rispondere e accelerare il passo, perché quell’uomo potrebbe tranquillamente scendere dalla macchina e fare un po’ quello che vuole.

E’ questo che rende il catcalling non solo sbagliato, ma una vera e propria molestia. E’ un qualcosa che viene imposto. Non sempre, ma molto spesso, le donne non hanno neanche la possibilità di rispondere, di dire la propria o di imporsi a loro volta, quindi ciò che fanno è semplicemente sopportare e subire come dei veri e propri oggetti.

E’ quello che diventiamo troppo spesso, oggetti. Perché ad una persona che ritieni pari a te, non ti permetteresti mai di fischiare o di urlare quello che vuoi perché tanto quella non può risponderti. Tra persone che si rispettano non funziona così, non ci si oggettifica e non ci si impone verbalmente.

E le donne, spesso molto giovani, non hanno possibilità di riscatto, devono semplicemente prendere e portare a casa, senza avere la possibilità di urlare in faccia ai diretti interessati come ci si è sentite.

L’intento di questo articolo è proprio questo: dare la possibilità alle ragazze che ne sentono il bisogno di rispondere, di riscattarsi, o anche solo di rendere nota la propria esperienza.  Qui sotto sono riportate quattro esperienze di quattro diverse ragazze che sono state vittime di catcalling.

“Era sera, verso mezzanotte, ero con due amici (un ragazzo e una ragazza) e passano questi ragazzi in macchina e urlano a me e alla mia amica. Ho avuto una reazione piuttosto particolare: mi sono messa a ridere. Ci ho rimuginato più avanti. Ovviamente non stavo ridendo perché trovavo la situazione divertente, era più un “rido per non piangere”, una specie di risata nervosa per esorcizzare il momento. Non mi sono sentita sporca come magari altre ragazze possono essersi sentite in situazioni simili, non sentivo granchè in effetti.

Mi è successo più di una volta di mettermi a ridere dopo che mi fischiassero o simili, credo sia una specie di meccanismo di autodifesa che non mi fa sentire male sul momento e, in un certo modo, mi permette di passare oltre. Comunque, di base, queste cose mi spaventano, soprattutto per la facilità con cui accadono, mi fanno arrabbiare e sentire insignificante, mi sminuiscono in quanto persona.”

“Ero seduta su una panchina che dava direttamente sulla strada e c’era un semaforo, quando è scattato il rosso le macchine si sono fermate e da una macchina ho sentito urlare “bambolina” e poi altre cose, finchè non è scattato il verde.

Non mi sono girata perché non volevo dargli soddisfazione, sono rimasta ferma. Mi sono sentita sminuita, non so, ridotta ad un mero oggetto. Passata questa fase è arrivata anche un po’ la rabbia: mi sono chiesta il motivo per cui le persone si sentano libere di fare queste cose. Come se la persona che ricevesse questi “apprezzamenti” ne fosse felice, cioè, non è vero.”

“Eravamo io ed una mia amica, era notte ed era una via anche piuttosto affollata. Stavamo passeggiando una accanto all’altra e questo uomo (era un uomo adulto, anche oltre i 30 anni) stava in motorino, ha rallentato e ci ha urlato “a belle!”. L’abbiamo ignorato, si stava per fermare ma abbiamo accelerato il passo e se ne è andato.

Quando succedono queste cose mi spavento, non tanto per l’apprezzamento in sé, ma perché quello era in motorino, era sera, avevo paura che si potesse fermare, non avrei saputo cosa fare. Avevo paura di qualsiasi suo comportamento, che potesse avvicinarmi, parlarmi…se loro fanno apprezzamenti e noi ci ribelliamo possono anche avere una reazione esagerata. In queste situazioni mi allontano, cerco di spostarmi dove c’è più gente.

L’apprezzamento la considero una mancanza di rispetto in generale, ma se lo fa un uomo adulto mi da ancora più fastidio, mi fa impressione, paura.”

“Era notte ed ero sola alla fermata dell’autobus ad aspettare il notturno. Seduti dietro di me c’erano solo due ragazzi. Ad un certo punto arriva quest’uomo adulto in macchina, accosta, apre la portiera e mi dice di salire in auto. Io non ho fatto niente, sono rimasta pietrificata come se non stesse parlando con me, i ragazzi dietro di me hanno cominciato ad urlargli e dopo un po’ lui se ne è andato. Non mi era mai successa una cosa simile prima.

ARIANNA BELLUARDO

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