Senza talento

Sto scrivendo quest’articolo con un buco nello stomaco e qualche livido di troppo nello spirito, perché quando volgo lo sguardo alla scena musicale italiana vedo un andamento sempre più oscuro, sempre più drammaticamente asettico e preconfezionato. Questo non è un articolo di discussione, questa non è la mia opinione frutto della gelosia: questo è un urlo rauco e terrorizzato e sincero, questo è quello che mi ribolle dentro. Perché non sono solo i Måneskin

e la loro estetica spersonalizzante, il loro culto della ribellione autorizzata, la loro completa estraneità alla profonda dimensione artistica a inquietarmi. E il fatto che i giornali, le televisioni, i media li presentino come una sorta di Rolling Stones del XXI secolo, solo perché il cantante ogni tanto si veste mezzo da donna e si fa fotografare da tutti, come se il rock ‘n’ roll fosse solo un fenomeno da baraccone, un carisma edonistico, un movimento da ridicolizzare e stuprare alla prima occasione.

A inquietarmi è questa aridità culturale e spirituale di un popolo a cui bastano tre accordi ripetuti in una successione quasi alienante, un testo narcisista e “inquadrato” al punto da risultare idiota e nauseante per divertirsi ed acclamarli come idoli ribelli, e non parliamo solo di tredicenni su di giri, purtroppo; e dimenticatevi la critica moraleggiante, perché qui di morale non c’è niente, anzi la morale me la fanno loro e X Factor, quando parlano sempre di questo dannato talento come elemento fondante della vita.

E se invece non fosse il talento a contare veramente? Perché magari l’aspetto più importante potrebbe essere l’avere qualcosa da vomitare sugli altri: forse ce ne dovrebbe parlare Johnny Rotten dei Sex Pistols che, quando vomitava letteralmente sui contratti discografici nel ’77, non dimostrava nessun talento a nessuno. Io non credo che l’espressione artistica sia un manichino raccapricciante da sventrare, analizzare e

Orwell, o una scena uscita direttamente dal dissezionare di fronte a un’audience di medici curiosi nel teatro di un ospedale americano di inizio ‘900. Ho sempre trovato il concetto dei talent e la loro minuziosità nel cassare o meno la carriera artistica di qualcuno come una situazione distopica alla cervello di Burroughs; eppure, quando mi guardavo intorno, vedevo reazioni sempre molto pacate, sempre molto tranquille, di persone evidentemente più lungimiranti di me.

Comunque la musica di plastica che continuano a sfornare e ad apprezzare come rock ‘n’ roll a me crea disagio, e stavolta ho scelto di non voltare la testa e continuare a farmi i fatti miei solo perché spero sempre inutilmente di poter migliorare questo mercato discografico incline al prossimo suicidio, che ci tiene tutti appesi come maiali in attesa di essere sventrati e ci ingozza di prodotti scadenti da 15 minuti di warholiana fama (sì, lo so che è banale, poi se volete mi insultate in cortile).
Oh, se vi piacciono i Måneskin o roba del genere tranquilli, perché tanto “de gustibus…”, no? Ognuno è libero di annaspare nel fango postmoderno e di riempirsi l’anima di questo catrame senza vita; io credo che continuerò a suonare davanti a trenta persone, con qualche birra in corpo e un’anima ancora da vendere.

JACOPO SORU

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