Non una di meno

«Voglio partire dallo slogan che lanciavamo nella manifestazione, che dice: “L’8 marzo non è un anniversario, ma un giorno di lotta rivoluzionaria”. Contro lo stato borghese e capitalista che ha costruito tutta un’ideologia patriarcale per tenere le donne relegate nelle case, fuori dalla lotta, espulse dalla produzione».

Questa una delle dichiarazioni delle manifestanti femministe riportate nel

film Prendiamoci la vita di Silvano Agosti, racconto su pellicola di dieci anni del movimento studentesco, dal 1968 al 1978, attraverso i cinegiornali dell’epoca.

Pretese non molto differenti da quelle odierne, distanza di decenni ma medesimo desiderio di rivalsa e sostanziale egualità. L’utopia è rimasta, la gente è cambiata, per citare l’iconico brano dei Modena City Ramblers.

La recente manifestazione tenutasi a Roma l’8 marzo 2018, per la Giornata internazionale della Donna, è stata organizzata da “Non Una di Meno”. Questo movimento sorse in Argentina, nel 2015, da un appello di giornaliste, attiviste e artiste che reclamavano la fine di qualsiasi forma di violenza maschile sulle donne e, in definitiva, la realizzazione di una società aliena dal sessismo e dalla violenza. Molte le personalità femminili che aderirono all’iniziativa e contribuirono in modo attivo alla sua crescita; ad esempio Lea Melandri, attivista del femminismo italiano degli anni

’70, o la poetessa messicana Susana Chávez con il suo celebre Ni una mujer menos, ni una muerta más, ovvero Non una donna in meno, non una morta in più. Il movimento si diffuse nell’intera America Latina e si propagò ulteriormente in altri continenti e nei più vari contesti; come il Women’s March, con cui milioni di statunitensi hanno espresso il loro dissenso verso la politica del neoeletto Trump, oppure la giornata di sciopero delle donne polacche contro l’ennesima proposta di legge antiabortista. In Italia, invece, “Non Una di Meno” nacque a Roma in seguito a un evento che, sebbene non sia stato un caso isolato, ha sconvolto per la sua spietatezza: la morte della ventiduenne Sara Di Pietrantonio, strangolata e poi data alle fiamme dal suo compagno. Il movimento italiano, al contrario dei corrispettivi stranieri, ha la particolarità di includere diversi soggetti (collettivi femministi, trans e queer, centri sociali, centri antiviolenza). È inoltre promossa da varie reti, come la romana Io Decido o La Casa Internazionale delle donne, centro cittadino, nazionale e internazionale di accoglienza e incontro, promozione di diritti, cultura, politiche, saperi ed esperienze prodotte dalle e per le donne. Il Ni una menos nostrano, intrinsecamente politicizzato, affronta temi quali il piano legislativo, il CAV (Centro di Aiuto alla Vita), l’IVG (Interruzione V olontaria della Gravidanza), i percorsi di autonomia, l’educazione alle differenze, la libertà di scelta; e si propone di agire attivamente con iniziative concrete che includano una tessitura di relazioni tra studentesse, centri antiviolenza, sportelli e servizi autogestiti, fino alla creazione di un vero e proprio piano femminista, frutto della scrittura collettiva di migliaia di donne durante assemblee svolte su tutto il suolo nazionale. Infinite esperienze di resistenza individuali congiunte in un unico grido di ribellione che scardini i ruoli ai quali ci siamo passivamente abituati, che disintegri le catene imposte dal patriarcato e che rifiuti l’obbligatorietà di riconoscersi in un unico genere e orientamento sessuale.

Per comprendere pienamente tale realtà si vedano le statistiche. Secondo i dati dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italia), solo nel 2016 nel nostro Paese i femminicidi sono tornati a crescere del 5.6% rispetto all’anno precedente, con un forte aumento al Nord (in Lombardia le percentuali più alte) e un lieve calo al Sud. Il contesto prevalente, inoltre, si conferma essere quello familiare e della sfera affettiva. Più nello specifico gli omicidi di coppia rappresentano ben il 64.3% di quelli familiari, dovuti nella maggior parte dei casi a un’incontrollabile animalesca gelosia e all’incapacità maschile di accettare il rifiuto, e può assumere varie forme. Si parla di violenza fisica nel senso più generico (69% dei casi), psicologica (39.7%) e azioni più specifiche (come lo stalking, 27.3%). L’espressione violenza maschile, da molti contestata poiché desume un determinato genere come artefice dell’aggressività, è in realtà più un dato di fatto che una personale interpretazione: dal 2000 a oggi il 91.9% degli autori di femminicidio sono uomini, con una grande maggioranza di over-64.

La preoccupazione derivante da tale scenario è duplice. In primo luogo, alla base di una brutalità di genere di tale misura vi è un’idea di sopraffazione di un genere su un altro, di predominio ingiustificato ed evidenziato anche a livello sessuale: la concezione della donna- oggetto, vista unicamente come mezzo per il raggiungimento del piacere da parte dell’uomo. Scrisse bene, a tal proposito, Alicia Giménez-Bartlett nella sua introduzione a Vita sentimentale di un camionista, descrivendo uomini che ripetono sempre lo stesso cliché e donne in rapida evoluzione. Il secondo aspetto da mettere in risalto è che, tra i femminicidi segnati da violenze pregresse, nel 44.6% dei casi la vittima aveva già denunciato l’aggressore, senza tuttavia ottenere una protezione o assistenza idonea ad evitare il successivo dramma. Proprio questa superficialità nel considerare la questione da parte delle istituzioni e della società in toto (se non con saltuari tentativi, come la creazione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, rivelatisi tuttavia inefficace), che arriva anzi spesso a giustificarle, è stata la causa della scelta di venti milioni di donne e uomini di scendere in piazza , lo scorso 8 marzo. Oggi più che mai, ogni slogan, proposta o mobilitazione di “Non Una di Meno” parte

dal medesimo presupposto: la creazione di un movimento e di una rete che si faccia forza delle differenze culturali, sociali ed economiche delle donne e che affermi con drastica fermezza che nessuna dovrà più essere uccisa, sfigurata, umiliata, discriminata. Un urlo comune che racchiuda tutte. Eccola, in definitiva, una delle coraggiose sporadiche repliche alla dilagante e ripugnante ondata di discriminazione, xenofobia, omofobia e nazionalismo sfrenato alimentato dai movimenti politici di centro-destra e populisti. Ché la battaglia per i diritti femminili si ampli per divenire altro, un comune ideale di uguaglianza che includa tutte e tutti in un momento di partecipazione e di unione sociale, che renda anacronistica l’idea stessa di minoranza.

All’odio verso chi è diverso si proponga l’apertura. All’imposizione di un unico tipo di amore e di famiglia si mostri l’amore in ogni sua sfaccettatura e genere. A chi crede ancora in un certo ruolo per una certa persona, si reagisca con la demolizione di ogni stereotipo e con la più libera espressione di ognuna e ognuno.

Solo facendo nostri tali valori sarà chiaro ciò che questo movimento sta costruendo, dal basso; per cosa, oggi, lottano donne di qualsiasi età, colore, religione, orientamento sessuale. Scendendo in piazza, unite. Un paradiso della civiltà, per riacquisire la fiducia nel domani.

VIOLA DE BLASIO

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