L’impegno nell’ombra di una periferia

Si staglia davanti ai miei occhi, così prepotentemente, quel chilometro di cemento monstre di cui neppure il soprannome “Serpentone” sa smorzare l’artificiosa gravità. Dopo dieci giorni trascorsi, letteralmente, a faccia a faccia con l’edificio simbolo di Corviale, non sono ancora in grado di comprendere come la mente umana abbia potuto pensare, progettare, realizzare una così assurda

soluzione residenziale popolare; si ispira al modello delle “Unités d’Habitation” di Le Corbusier. Mi domando quale fosse l’intento primo – decisamente utopistico – dell’architetto Mario Fiorentino, che volle ridurre a nove piani una città, ad uno solo, il quarto, un’intera società.

Nel 1982 viene finalmente inaugurato l’immenso palazzo: 1200 appartamenti ospitanti 6000 persone; 120 nuclei familiari in cerca disperata di un tetto sotto cui vivere. Ma, soprattutto, un quarto piano destinato a ospitare quei servizi che rendono una comunità del tutto autonoma, a partire dalla farmacia sino ad arrivare alla boutique di accessori. Se oggi quel quarto piano è categoricamente marchiato come “maledetto” dagli abitanti della zona, un motivo sicuramente c’è: incompiuto nella sua costruzione e nucleo dei primi insediamenti abusivi, ha dato origine negli anni a un degrado vertiginoso, in cui a dividersi le parti di una scena non teatrale sono piccoli criminali, latitanti, mafiosi, ma anche senzatetto e stranieri emarginati, tutti soggetti alla legge di er Palletta che nel buio dell’affitto non pagato gestisce meglio gli affari della droga e degli affitti abusivi. Che Fiorentino si sia suicidato al completamento dei lavori è solo una delle numerose leggende metropolitane su Corviale, eppure ha un sapore amaro. Nel momento in cui, la scorsa estate, ho accettato di partecipare ad un campus di volontariato organizzato dai “Giovani per un mondo unito” (la parte giovanile del Movimento dei Focolari) volto alla riqualificazione delle periferie, mi sono resa conto di quanto ignorante fossi a riguardo. Ma proprio ignorante. Perché la distanza tra Monteverde e Corviale, ma anche tra Prati e Tor Bella Monaca, o tra Nomentano e Ponte di Nona, non è meramente spaziale, ma essenzialmente culturale, e la mia cultura sul tema era – ma forse ancora lo è – obnubilata dal fiume di immagini del Colosseo, di San Pietro e dei Fori che ogni giorno i media lasciano che i nostri occhi associno all’idea dell’amata Roma.

È così che ho voluto prendere parte, attivamente, all’organizzazione di questo campus, in collaborazione con il “Campo dei Miracoli”, simbolo della forza e della voglia che chi è stanco di vivere nel disagio ha di rialzarsi, ma soprattutto di mettere in luce ciò che di positivo e, semplicemente, umano c’è in un quartiere come Corviale. Si tratta di una struttura che, attraverso la bioarchitettura (utilizzo di legno, canapa, argilla, pannelli solari), ha ridato vita ad un centro sportivo in totale abbandono e ha ospitato, a partire dal 2009, una società sportiva dilettantistica Onlus: Calciosociale. Il fondatore è Massimo Vallati, nato a Corviale e ormai ex poliziotto, perché ha deciso di dedicarsi completamente ai giovani del luogo, coinvolgendoli con lo sport, ciò che ad oggi sembra essere uno dei pochi mezzi di unione. Le regole del suo calcio sono però fuori da ogni schema e, mentre di fronte al campo vedo quella valanga di cemento armato e abusivismo, vicino a me ci sono decine di bambini che giocano all’insegna della fratellanza e del rispetto reciproco. Le regole sono semplici: ad arbitrare sono i capitani; un giocatore non può segnare più di tre gol a partita; le squadre sono miste. Sorprendentemente mi ritrovo io stessa a correre dietro quel pallone che è solito, piuttosto, essere oggetto della mia intolleranza calcistica, e scopro che ad assistermi c’è una delle regole più inclusive del Calciosociale: il giocatore meno forte deve calciare i rigori. Ora capisco la geniale idea di Vallati di cavalcare l’onda sportiva per ridare il giusto spazio a quei bambini che, incuriositi, hanno scrutato e approvato con un sorriso nuovo il nostro campus. Mi guardo le mani imbrattate di vernice bianca mentre dipingiamo svariati pallet destinati alla riqualificazione di un parcheggio, finora in mano alla mafia, sperando che la stessa irremovibilità che dimostra l’acrilico sulla mia pelle contraddistingua il nostro contributo al quartiere, forse troppo piccolo in confronto all’abnorme vuoto creato dalle istituzioni, ma incisivo per una comunità tanto scoraggiata.

 

In questi dieci giorni mi scopro interessata a diversi workshops e a momenti di approfondimento su tematiche attuali e troppo spesso minimizzate (il disarmo, il gioco d’azzardo, le mafie), ma anche ipnotizzata dalla voce di chi, le periferie, le ha vissute non il tempo di un’estate, ma di una vita intera. Quella di don Gabriele, ormai da trent’anni trasferitosi nel Serpentone, è una delle voci più disilluse e schiette, voce che esprime quella rabbia inascoltata delle 8000 persone che, gomito a gomito, sopravvivono ai margini. Il suo sguardo mi dà fastidio, proprio come danno fastidio tutte quelle cose scomode che nessuno vuole indagare a fondo; allora capisco che, invece, ho l’obbligo morale di rendere questo fastidio punto di partenza per una nuova consapevolezza. Accettiamo di farci guidare da don Gabriele per i meandri dell’edificio. Silenzio e degrado sono d’accompagnamento agli ascensori rotti e a pezzi di calcinaccio qua e là.

Che le periferie siano luoghi abbandonati dalla macchina governativa lo abbiamo sentito tutti, ma percepirlo così vividamente attraverso lo squallore di quei muri mi riporta con la mente alla mia calda casa di centro città, alla mia scuola che, nonostante il disinteresse sempre più dilagante, ancora mi offre occasioni di confronto e di scelta. La stessa scelta di cui, al momento, sono privati i ragazzi dei suburbi della città eterna, nei quali la destra fa da padrona e la mafia da reggente dello Stato. La richiesta di don Gabriele è diretta e chiara: “Non disilludeteci anche voi, ragazzi. Abbiamo bisogno di concretezza, abbiamo bisogno di costanza”.

 

Irrazionalmente, mi piacerebbe che ogni disparità tra periferie e centro sparisse ma, più realisticamente, sarebbe un obiettivo minimo vedere presa in seria considerazione, accanto a quella dei rifiuti, delle buche nell’asfalto, dei trasporti insufficienti, anche la problematica delle periferie romane. Perché quando, per l’ennesima volta, i fondi stanziati per la riqualifica del luogo vengono congelati nelle anticamere della politica italiana, quando, in fondo, risulta comodo che a gestire gli affitti abusivi sia er Palletta, quando ti accorgi che tutto questo diviene assuefazione e il Colosseo continua a sembrarti il simbolo di Roma, allora il concetto di utilità sociale a cui si era ispirato Fiorentino deve essere rivisto nella sua essenza. Intanto, i “Giovani per un mondo unito” stanno organizzando un secondo campus (se siete interessati, cercatemi tranquillamente) ancora a faccia a faccia con il Serpentone ma, soprattutto, con una realtà che ci appartiene; con la sicurezza che partire dal basso non vuol dire essere ininfluenti e con la speranza che anche voi, chissà, vogliate dedicare dieci giorni della vostra estate a conoscere un edificio che, poi, tanto monstre non è.

LAURA SAMMARCO

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