La forza del willpower e il prezzo del successo

Lo scorso novembre tre studentesse hanno avuto la possibilità di andare a New York per partecipare alla simulazione MUN tenutasi presso la prestigiosa università di Princeton. L’esperienza ha fatto entrare Bianca in contatto con una mentalità estremamente diversa dalla nostra, giacché assai più dura e competitiva

 

Essere circondati dai grattacieli più alti del mondo e dai rumori più forti è travolgente. New York è viva e piena di gente, negozi, luci. Gli spazi immensi e caotici la rendono

bellissima, soprattutto perché lasciano a ciascuno dei suoi visitatori una fortissima sensazione di grandezza e possibilità. La città che non dorme mai è l’esemplificazione del sogno americano, è il luogo dove, se sei disposto ad impegnarti, tutto quello che desideri si può avverare. Il tuo successo si basa sul willpower: la tua forza di volontà. Ma a quale prezzo? Grazie al progetto MUN (Model United Nations) a cui aderisce il Manara ho avuto non solo l’opportunità di visitare la città e la prestigiosa università di Princeton, ma anche di lavorare al fianco di molti ragazzi americani, scrivendo insieme a loro risoluzioni e discutendo poi in una simulazione di conferenza ONU. Mi ha colpito il modo in cui approcciano questo lavoro: da un lato ho trovato ammirevole il loro profondo senso di devozione (ho ricevuto messaggi che proponevano incontri la mattina prestissimo per discutere sulle strategie da adottare), dall’altro ho notato alcuni comportamenti che non avevo visto nelle simulazioni a Roma e in Europa. Gli studenti statunitensi sono eloquenti, hanno la voce impostata, gestualità studiata, i loro discorsi sembrano monologhi teatrali che finiscono, però, per ripetere un concetto senza dare soluzioni pratiche al problema. Nel committee (il gruppo di lavoro che si occupa di discutere problemi legati ad una tematica) regnava un forte clima di competizione: una gara di velocità per parlare, ciascuno era gelosissimo del lavoro di ricerca individuale nel momento in cui andava condiviso e cercava in ogni modo di distinguersi o di chiedere ai moderatori del dibattito suggerimenti per migliorare la propria prestazione. Le proposte mie, come di altri ragazzi del committee, sono state eliminate mentre eravamo assenti durante un momento di pausa: questo è soltanto uno dei tanti atteggiamenti poco cooperativi a cui ho assistito.

Come mi raccontava una ragazza residente a Manhattan, grazie ad esperienze come queste gli studenti riescono a farsi notare dalle università. Tutta la competitività nasce da qui. A differenza del sistema italiano e in generale europeo, è difficile assicurarsi un’istruzione superiore adeguata: le buone università hanno costi elevati e i genitori iniziano a risparmiare per questo scopo prima della nascita del figlio. In assenza di disponibilità economica o per entrare in quelle più prestigiose (la Ivy League) bisogna necessariamente distinguersi per il merito, per cui c’è una fortissima pressione sociale sul successo. Le borse di studio vengono date soprattutto ai ragazzi con capacità di leadership maggiori: sono tutti carismatici e membri di club e organizzazioni. Perciò il premio di “miglior delegato” ha un valore altissimo, mentre si perde lo spirito di collaborazione che è costitutivo di questo meraviglioso progetto. Quel che rischia una società così incentrata sul successo è la perdita dei valori dell’educazione, come la curiosità e la voglia di apprendere per il gusto di conoscere, nonché lo sviluppo di un senso critico.

BIANCA BARTOLINI

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