Itpop – Consigli per Tommaso

 

Febbraio. Tardo pomeriggio dal cielo plumbeo. La pioggia batte con le sue gocce taglienti sul tettuccio del solito 710 scassato. A dire la verità ne sento qualcuna fendere qualche ciuffo della mia folta chioma invernale. Ah, sarà sempre troppo tardi quando si metteranno a ripararli, ‘sti autobus. Almeno è vuoto. Mi siedo proprio sull’ultimo sedile in fondo a destra e appoggio la faccia sul finestrone umidiccio. Seguo con lo sguardo assopito e rassegnato – quello di una giornata come tante altre – il tortuoso percorso che l’esile vettura compie per le strade monteverdine. Mi alzo. Devo già

scendere.

Poco prima di impattare i miei piedi sull’asfalto, vengo repentinamente attratto dallo schermo dell’iPhone di un uomo sulla trentina. Non mi ero minimamente accorto che fosse anche lui sull’autobus. Scorrendo sulla sua bacheca, metteva like a una foto con una frase accompagnata dal volto di colui che, presumibilmente, ne era l’autore: un uomo baffuto dall’aria piuttosto spavalda, per non dire coatta, per non dire l’aria di uno che dà l’aria di sentirsela molto calla. Ecco, però quei baffi gli restituiscono un non so che di autorevole, un qualcosa che ti spinge a perdonarlo per quell’atteggiamento e a stare attento a ciò che ha da dire.

Non faccio in tempo a scorgere con chiarezza i caratteri che compongono la citazione. Scendo. Stranamente non piove più. Non mi capacito, quell’indiv iduo barbuto l’ho già visto da qualche parte. No, non può essere Marx: troppo giovane. Percorro la strada di casa. Dall’altra parte della strada, tra i tanti manifesti

elettorali affissi in vista delle prossime elezioni, scorgo incredibilmente ancora una volta quella stessa foto. E ancora una volta non riesco a leggere cosa ci sia scritto vicino. Anzi, forse alcune parole riesco a decifrarle, essendo scritte a caratteri cubitali: “Sotto il sole”. Improvvisamente vengo pervaso dal sospetto di aver finalmente riconosciuto quella persona. Ma non è quello dei… Aspetta come si chiama? No, non può essere: sarebbe totalmente fuori contesto.

Vabbè, salgo a casa; giuro che prima o poi mi viene in mente. Tale atroce questione non mi impedirà di godere della mia sessione pomeridiana di virtuoso e ponderato cazzeggio sul divano. Seguendo rigorosamente il quotidiano cerimoniale, prendo il mio smartphone – non un iPhone, e tutto sembra collimare perfettamente con l’usuale sacralità del momento. A un certo punto, però, m’imbatto in un articolo di Noisey che stranamente esalta le potenzialità del pop italiano e parla positivamente di una nuova casa discografica, “Matilde”, che in poco tempo ha scritturato gran parte degli artisti italiani, senza distizione di generi: “Matilde ha saputo sublimare una scena musicale altrimenti destinata ad autodisintegrarsi. Il concetto è semplice, l’indie-pop italiano è arrivato a includere tutti i generi, dalla trap al jazz, ridonando loro un vigore inaspettato, e ha salvato la musica italiana. Del resto, a cosa serve più quella fottutissima divisione? Grazie al suo fondatore, T…”.

E niente, si è scaricato ‘sto cinesofono da quattro lire. In preda a una confusione ormai imperante, trascorro le mie ore in balia dello sconforto più totale, che mi porta

a dubitare persino dell’effettiva esistenza della realtà che mi circonda. Un dubbio, poi, nemmeno troppo infondato. Sì, perché all’improvviso, dal cuore del salotto ormai immerso nel buio della notte, proviene come un irriducibile richiamo la solita sigla di Porta a Porta. E chi siede stasera sulla democristiana poltrona dello studio del programma più amato dai militanti over-65 del nostro Paese? Ancora il baffone! «Stasera parliamo dell’inedita proposta politica del “Popolo di Riccione” con il suo candidato premier e capo supremo, la leggenda dell’indie italiano Tommaso Paradiso!», declama con il suo famoso piglio sincero e disinteressato Bruno Vespa. «Beh, ormai siamo proprio pop» risponde l’ormai riconosciuto Thegiornalista con fare sornione. Eri proprio tu, Tommà.

Bene, probabilmente non arriveremo mai a un’egemonia dell’indie-pop commerciale cantautoriale alternativo (beh, a questo punto siete autorizzati a chiamarlo come meno vi irrita) che tanto travolga il contesto italiano a livello socio-culturale da permettere al nostro insospettabile una simile scalata al potere. Tuttavia, è proprio la nostra musica a rischiare parecchio: oggi ci troviamo senza dubbio in un momento cruciale per le sette note tricolori, dinanzi a un bivio che vede in primo luogo una via spianata, facilmente percorribile, che in realtà è in parte già stata imboccata. È un percorso che prevede, però, una definitiva caduta in un circolo vizioso fatto di proposte superficiali, di vacua imitazione e di un più generale barocchismo che porterebbe a rendere l’itpop retrogrado e realmente privo di quel “qualcosa di

urgente da dire” che, dall’alba dei tempi, è proprio della seconda arte in tutte le sue svariate espressioni. Poi c’è un altro sentiero, più impervio da percorrere, nascosto tra le folte fronde di una vegetazione incolta, un sentiero che indurrebbe a far tesoro di tutte le – poche – idee ancora presenti sulla scena, con un atto quasi sacrificale di raccoglierle e farle fruttare, al di là del commerciale, dello streaming e dell’easy-listening: l’unica via che – a mio parere – ci salverebbe da una concezione della musica come merce di (fin troppo) largo consumo e permetterebbe il ritorno a qualcosa che si avvicini alla definizione di “accrescimento” o, perlomeno, di “dignitosa evasione”.

Mi spiace dirtelo Tommà, ma è proprio la tua “roba” che ci sta portando magnis itineribus proprio lì sulla prima strada. Ora non voglio demonizzarti, né considerarti l’unico degno d’essere additato – dai, alla fine mi stai pure simpatico con quell’aria che c’hai. Io ci provo, mi sporco le mani immergendomi in un genere che non sento come il mio prediletto, che mi ha fatto sempre storcere il naso, ma che credo sia l’humus imprescindibile dal quale si debba costruire il futuro della musica italiana. Ciò che voglio fare è solamente portare alla luce delle proposte (insospettabilmente ) interessanti, le quali di certo non assolveranno a una funzione purificatrice delle scorie disseminate qua e là nel presente musicale italiano, ma che possono portarci più vicino alla seconda delle strade che suggerivo, per rendere l’itpop più godibile per tutti. Di seguito vi presento la prima che ho scelto. Fidati Tommà, questo è anche per te.

 

#1: “Generic Animal”, La Tempesta Dischi, 2018

Bell’incipit incalzante, lieve schitarrata con retrogusto a metà tra grunge e musica balcanica da festa dell’Unità. Arrivano gli archi, un monito. Ecco la base elettronica in perfetto stile indie italico. Tutto è avvolto in un’aura di assoluta semplicità, tutto sembra ridotto all’osso. Il basso s’intreccia al piano a stento, mostrando quasi un’altezzosa reticenza, emettendo respiri meccanici: si affanna come un grosso animale agonizzante. Un animale generico. Generic Animal comincia in questo modo il suo omonimo album d’esordio, uscito a fine gennaio. Luca Galizia – questo il suo nome “da umano” – è un ventunenne varesotto che ha momentaneamente abbandonato il progetto “LEUTE”, band emo-core con un suono dalle venature molto gothic; per intenderci, una roba che avrebbe sicuramente suonato Manuel Agnelli se avesse avuto almeno vent’anni (e qualche X Factor) di meno e se si fosse rinchiuso per qualche mese – come Luca e i suoi compagni sembra abbiano fatto – in una baita sperduta in una foresta altoatesina. E sicuramente l’influsso di questa parallela esperienza si sente in “Generic Animal”, non tanto per il sound, che appare più frutto di scambi di tracce realizzate su GarageBand e scambiate su WhatsApp che di un approccio cupamente punk e violentemente diretto alle chitarre, quanto per le atmosfere evocate e la chiave di lettura che Galizia, coadiuvato da Jacopo Lietti – ex produttore dei “LEUTE” – propone nei confronti della sua realtà.

In “Broncio” il tono della sua voce è lamentoso e già sembra esprimere un vago sentimento di alienazione. Ma senza troppo prendersi sul serio. “Ieri ho scoperto come fare a farti ridere, sono quello che tiene l’ombrello e che comunque si bagna”. Senza diventare Max Pezzali, il nostro Animale parla di una relazione piuttosto complicata, intessendo un pattern sì tipicamente adolescenziale, ma che non scade nella

banale tipizzazione sentimentale: il disagio provato dal generico cantore possiede una discreta profondità, ha una sua tridimensionalità, lo si può attraversare con la stessa facilità con cui è possibile dileguarsene, venendo trascinati da un testo scarno, istintivo, che viene fuori con un furore forsennato ma con più di qualche nota di ironica superficialità, e da una base musicale, come dicevamo, minimale ma ad esso perfettamente complementare. Certo, non sarà una pioggia dannunziana, ma come immagine per una canzonetta itpop senza alcuna pretesa, a cui non daresti un euro, è perlomeno gradevole.

“Ci sono andato alla fine ad andare a trovare i miei”: in “Tsunami” trova spazio ben altro disagio. Familiare, stavolta. Synth diffuso. “Hai poi trovato lavoro?”: scene di quotidiano. Qui è il tizio del meteo che appare in tv a essere medium dei sentimenti dell’Animale, del senso di sconforto che prova un ragazzo disoccupato nel deludere la sua famiglia. Ogni gesto appare rappresentato con grande distacco nella sua distorta e insospettabile mente, e persino colui che presumibilmente dovrebbe rispondere alla definizione di “padre”, cambiando il canale della tv, diventa “quell’uomo” che “non molla la presa” sul telecomando. Si gioca con immagini vaghe e sbiadite di una quotidianità provinciale, di cui la maggiore attrazione sembra essere quella stessa tv, non evasiva ma invasiva, che non fornisce un momento per dimenticarsi frivolamente dei problemi, bensì investe il nostro protagonista in un vero e proprio tsunami, in quella stessa opprimente quotidianità che egli si rende conto di non poter evitare.

Tutte le canzoni sono dei quadri, dei piccoli palcoscenici allestiti con noncuranza tra i capannoni industriali di una delle molte anonime periferie dell’hinterland milanese, dei veri e propri “anti-idilli”, composti di manciate di versi che il nostro autore interpreta in continua tensione, con un tremore carico di pathos che non riesce mai a esplicitarsi nella sua interezza: Generic Animal subisce ma non molla, il suo non è un grido di sconforto ma di autentica rabbia, una rabbia mediata da una labile e a tratti scanzonata consapevolezza della propria inevitabile realtà, un grido destinato a restare in un limbo di vacuità, appeso a mille altre possibilità inverificabili. Le atmosfere e i temi evocati nelle prime due tracce s’intrecciano; poi, in “Zerinol”, “Trenord” (“Abito al quarto piano / ci vuole una fionda / ci vuole coraggio”), “Alle fontanelle” (“La città che ho lasciato è / uno stupido paese”) e “Hinterland”, e man mano che si procede verso la fine dell’album, Galizia dimostra di essere sempre più asciutto, di dar più peso alle singole parole che pronuncia, a comporre quadri sempre più irrisolti,

Dall’alto verso il basso: Generic Animal; Generic Animal with animals

a destrutturare in misura progressivamente maggiore la sua poetica. Alcuni lo considerano la risposta italiana a XXXTentacion – magari con meno proble mi esistenziali e una fedina penale ancora intatta – e, tra l’altro, questo rapporto con un’odierna scena hip-hop così liquida e piena di contaminazioni varie è sottolineato da Generic Animal stesso, che in un’intervista a Noisey ha dichiarato apertamente di ispirarsi a Tedua nell’uso degli enjambement, di comporre testi in cui “devi leggere la frase intera per capire il senso”. Altri lo definiscono “post-calcuttiano” , figlio di quella produzione dal carattere fortemente underground antecedente, dunque, a “Mainstream” e a “Frosinone”, e – in effetti – per certi versi l’impronta indie più autentica e diretta del primissimo Calcutta si può cogliere in molti passi di “Generic Animal”.

In fondo, l’opera di Luca Galizia è qualcosa di non ben definibile, un “mucchio selvaggio” dove, però, ben chiari e distinti sono l’intento e la direzione che il giovane artista varesotto vuole intraprendere. Sicuramente Generic Animal non salverà da solo il contesto musicale italiano, né tantomeno è portato ad assolvere a questo arduo e ingeneroso compito, ma di certo è un punto di partenza importante, a testimonianza di come una realtà musicale alternativa al “modello Riccione” esista. Una realtà che cerca ancora di contare su qualche tipo di contenuto e che non ragiona in una logica di views, like, striminziti EP e singoli; un modello in cui siete autorizzati a sperare di più grazie anche a quello che, senza dubbio, sarà da oggi il vostro “animale” preferito.

 

ALESSANDRO IACOVITTI

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