Idillio moderno: parole silenziose

Entrando saluto A che sta chiudendo il suo ombrello e, mentre salgo le scale, incontro l’addetto al rifornimento dei distributori di merendine. Ci scambiamo il buongiorno, come da un bel po’ di tempo a questa parte: una mattina di qualche anno fa gli chiesi scherzando se mi potesse dare uno snack di quelli che stava inserendo e lui mi rispose che

prima di tutto avrei dovuto salutarlo. Da quel momento cominciò il “bel po’ di tempo” da cui ci scambiamo i saluti.

Arrivato in classe mi libero dei numerosi strati che indosso in motorino. La giacca è tutta bagnata. Aspettando la professoressa della prima ora c’è chi guarda fuori dalla finestra la fitta pioggia, chi si riscalda vicino al termosifone, chi parla e chi ripassa.

Le ore si susseguono, vengo interrogato in una materia e vado bene. All’ultima ora sono molto stanco e purtroppo non riesco a stare attento all’interrogazione in corso. Sono conscio del fatto che così dovrò ripassare di più a casa, e forse anche del fatto che me ne pentirò, ma mi lascio andare alla stanchezza. Non mi capita quasi mai, ma oggi non ce la faccio proprio. Cerco di rendere comunque utile il tempo rimasto e penso a cosa potrei fare.

È da un po’ che vorrei scrivere l’articolo per La Lucciola ma non mi vengono buone idee. Così decido di fare un tentativo: descrivo ciò che mi circonda.
B sta esponendo l’argomento richiesto con un’espressione fiera e sicura. Si vede che sta andando bene. C, invece, ha un aspetto più preoccupato: probabilmente la sua performance non è altrettanto buona. Noto che D sta seguendo l’interrogazione e contemporaneamente si sta mangiando le unghie. C’è E che ha un’espressione che non riesco a decifrare: guarda verso la cattedra, ma non capisco se stia attento alla verifica orale o se stia vagando con il pensiero.

F ha un’espressione compiaciuta: secondo me sa che sarebbe stata in grado di rispondere alle domande dell’interrogazione in corso. G ha la stessa espressione di E. Essendo, però, il suo sguardo rivolto verso il basso, deduco che probabilmente il suo pensiero è in

qualche altro luogo. H e I parlano sottovoce; I sta spiegando qualcosa ad H con enfasi. L ha le braccia conserte ed appoggiate sul banco, con il mento posto sopra di esse. L’argomento dell’interrogazione deve essere cambiato; infatti, quando lo guardo, M sta sfogliando le pagine del libro con il viso che appare concentrato. Ciò mi fa rendere conto del fatto che, forse, ho sbagliato a cedere alla stanchezza: in più, non credo stia venendo un granché l’ipotetico articolo per La Lucciola.

Abbandono per un attimo la descrizione perché mi torna in mente uno dei miei aforismi preferiti: “La perseveranza è il duro lavoro che fai dopo che ti sei stancato del duro lavoro che hai fatto”. È uno dei concetti che mi ha sempre ispirato durante gli allenamenti di atletica, per resistere il più possibile alla fatica.

Credo che N stia disegnando. O guarda verso la cattedra con le braccia conserte, la zip della giacca allacciata fino al mento ed il collo proteso in avanti. Dal suo aspetto si evince una grande stanchezza. P muove ritmicamente il piede, non vede l’ora di sgattaiolare via dalla classe. Q, accorgendosi che la lezione è pressoché finita, mette le penne nell’astuccio e ripone quest’ultimo nello zaino.

La campanella suona. Smetto di scrivere e vado a prendere la giacca ed il casco.
Dopo averli tolti dall’appendiabiti, mi fermo un istante ad osservare R, a cui – penso – sicuramente sarà successo qualcosa di spiacevole. Ha un’aria molto triste, mentre di solito è estremamente solare. È proprio vero che “anche i silenzi hanno parole”.

LEONARDO MUSIO

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