Giochiamoci la storia

Il destino del mondo a colpi di racchetta

 

 

Sempre di più viene sconsolatamente sottovalutato, magari ritenendolo di serie B, magari un divertente passatempo, quello che, dopo aver

svolto una rapida ricerca sul web, si rivela su qualunque statistica mondiale uno degli sport più diffusi e praticati sulla superficie terrestre.

Il ping pong o tennistavolo, volendo far riferimento alla specialità olimpica, vede i suoi “bisnonni” nel tennis e ancor prima nella pallacorda, disciplina prediletta dagli aristocratici francesi, inglesi e statunitensi nel lontano 1800. Essendo impossibilitati a giocare al freddo e al gelo e non essendoci strutture al coperto, i membri dell’alta società londinese, determinati a non voler rinunciare per nessuna ragione al mondo al loro svago preferito, furono costretti a ricrearlo sotto forma di “tennis casalingo”, di cui ben presto si diffuse la moda. All’elettricista inglese James Devonshire viene attribuita nel 1884 l’invenzione del ping pong;

ciononostante, colui che per primo costruì un set realmente somigliante a quello odierno fu un certo David Foster.
Da lì in poi e soprattutto dopo l’avvento della plastica e della celluloide (toccasana per le palline) molteplici aziende in tutto il mondo fecero a gara nel ricreare il gioco nella versione più pratica e funzionale possibile, dando vita a infinte varianti: Ping Pong o Gossima, Table Tennis, Whiff-Waff, Parlour Tennis, Indoor Tennis, Pom-Pom, Pim-Pam, Netto, Royal Game, Tennis de Salon e chi più ne sa più ne metta. Prevalsero tra questi il Ping Pong e il Table Tennis, ognuno con proprie regole e attrezzature. Le due associazioni rivali si unificarono solo nel 1922 in vista dei successivi campionati del mondo e nacque così, nel 1926, la I.T.T.F., la prima federazione internazionale di tennis tavolo. Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, si andava sviluppando un’altra scuola, caratterizzata dall’impugnatura a penna (ricorda il modo in cui si tengono le dita durante la scrittura), tipica dei giocatori asiatici.

Ma focalizziamo la nostra attenzione sugli anni ‘70 del ‘900 e precisamente sul 4 aprile 1971, vigilia dei Mondiali di Nagoya (nell’isola di Honshu, in Giappone). Gli Stati Uniti, sconfitti al primo turno da Hong Kong e Corea del Sud, furono costretti a lasciare il campo fin da subito: troppo divario tra un movimento di stampo amatoriale e le punte massime della scuola orientale. Tuttavia l’atleta newyorkese Glenn Cowan, una volta finito l’evento, decise di trattenersi per un po’ con i campioni asiatici all’Aichi Prefectural Gymnasium per afferrare la loro modalità di gioco, mentre il pullman della nazionale statunitense partiva dimenticandosi di lui. Una volta scopertolo e avendo inaspettatamente rimediato un passaggio dalla nazionale cinese, si ritrovava a dover trascorrere le ore successive con 24 persone ammaestrate dalla massima: “Guarda la palla e pensa che sia la testa del nemico capitalista. Poi colpiscila con la nostra battuta socialista!”: la tensione era chiaramente alle stelle e nessuno osava rivolgere la parola a quello che veniva naturalmente segnalato come un acerrimo rivale. Nessuno tranne Zhuang Zedong, tre volte campione mondiale, che spinto dalla sua educazione confuciana si avvicinò inaspettatamente a Glenn, con il quale iniziò a instaurare una conversazione grazie all’aiuto di un interprete, finendo per regalargli in segno di amicizia e rispetto una stampa serigrafica dei Monti Huangshan, le “Montagne Gialle”, uno dei luoghi più stupefacenti in territorio asiatico. Il giorno dopo, per ricambiare il pensiero, l’americano gli donò a sua volta una t-shirt su cui dominava la scritta “Let it be” con annesso segno della pace. La foto che immortala i due durante lo scambio dei regali fece il giro del globo in un attimo, fino a giungere sulla scrivania dell’intransigente Mao Tse-Tung. Al Grande Timoniere mancava solo il pretesto, dato il timore che l’URSS potesse diventare in breve tempo l’unica potenza egemone, per aprire le porte agli Stati Uniti, anch’essi intenzionati a ricostruire – soprattutto in chiave anti-sovietica – le relazioni tra i due Paesi, interrottesi nel 1949. Fu così che iniziò quella che viene ricordata come la “Ping Pong Diplomacy” (commemorata anche in una delle scene di Forrest Gump). Il 10 aprile 1971, sotto invito di Mao, l’intera squadra statunitense atterrò a Hong Kong per visitare il Paese; furono i primi americani, facendo eccezione per il partito internazionale delle “Pantere Nere” nel ‘70, a mettere piede in Cina dal 1949. Pochi mesi più tardi anche il presidente americano Richard Nixon accettò la proposta di far visita al leader cinese e volò in Asia. Grazie a questo celebre incontro i rapporti tra le due potenze mondiali si normalizzarono definitivamente. Dopo questo modesto excursus storico in cui viene sottolineato il primato di tale disciplina anche a livello politico, è bene infine evidenziare, anche se stringatamente, i numerosi vantaggi che essa apporta al nostro organismo. In primo luogo è uno sport sia aerobico sia anaerobico: è efficace dal punto di vista muscolare e migliora la resistenza, la velocità, la forza e le capacità coordinative; favorisce il metabolismo, portando il corpo a consumare perfino 270 kcal all’ora. Si dice che sia come giocare a scacchi correndo i 100 metri: ottimizza la concentrazione, la vigilanza, l’equilibrio e la capacità di reazione; allevia lo stress e aiuta perfino la vista. Ma la cosa più straordinaria è il potersi esercitare comodamente nella propria abitazione o giù al baretto sotto casa (o in parrocchia, al circolo anziani, a scuola, in spiaggia, in palestra…). Per quale ragione temporeggiare dunque? Basta abbonamenti inefficaci in palestra o intermina bili vasche in piscina, comprate con quei cinque euro che impieghereste in droga o in sigarette due racchette dal cinese di zona e date istantaneamente inizio alla vostra catarsi.

ROBERTA SERAFINI

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