Fiorellino

Inverno. Un pomeriggio cupo, freddo. Uno di quei pomeriggi sospesi nel nulla. La pioggia batteva forte contro le finestre e l’orologio riecheggiava nella stanza con quel suo irritante e nevrotico ticchettio, tic-tac-tic- tac,

a scandire le ore che lentamente scorrevano. Eravamo stesi sul divano avvolti nelle coperte di lana, fastidiose col loro prurito. La stringevo forte mentre dormiva beata tra le mie braccia. “Cosa starà sognando?”, mi chiedevo. Il suo respiro caldo sul mio collo, le sue guance un po’ rosse per il freddo e quel corpicino così piccolo e minuto da sembrare un passerotto incapace di spiccare il volo per colpa di un’ala rotta. Soffrivo, soffrivo davvero a vederla in quello stato. Lei, che era così bella, si stava facendo del male a causa di un piccolo mostro che stava prendendo il controllo totale della sua mente. Da mesi ormai non era più lei, era sempre stanca, pallida che pareva dovesse svenire da un momento all’altro, le gambe che, ogni giorno che passava, sparivano sempre di più. Si arrabbiava quando le facevo notare che non stava bene, urlava e mi guardava con uno sguardo di fuoco che mi faceva raggelare il sangue. All’improvviso un tuono e subito, a fargli da eco, un coro di cani lamentosi. Ci fece sobbalzare per lo spavento e, turbata, mi rivolse uno sguardo pieno di terrore. La baciai sulla fronte e la rassicurai: “Tranquilla amore, ci sono io qui. È solo un forte temporale. Adesso preparo un tè e lo sorseggiamo mentre vediamo un bel film, va bene?”. Mi fece cenno di sì, ancora assonnata e con i capelli scompigliati: era bellissima. Dunque andai in cucina e misi sul fornello la teiera con l’acqua. Presi il vassoio a fiorellini bianchi e viola che le piaceva tanto, due tazze e alcuni biscotti al cioccolato, nel caso ne avesse voglia. Nel frattempo l’uccellino del tè, come lo chiamava Sara, aveva iniziato a cantare; spensi il fuoco e portai tutto in salotto. Lei era sul divano con le gambe incrociate, immersa in una felpa rossa enorme per il suo corpo minuto, mentre sceglieva il film che di lì a poco avremmo visto. “Romantico o commedia?”, mi chiese. “Mhmm… romantico!”, risposi mentre appoggiavo il vassoio sul tavolino di cristallo. Aveva un sorriso adorabile, anche se un po’ spento. Mettemmo “Ricatto d’amore”: devo ammettere che mi piacque molto.

Sara aveva bevuto un po’ di tè, ma i biscotti non li aveva neppure sfiorati. “Ehi, ci sono i biscotti al cioccolato. Non ti piacciono? Vuoi che ti prenda qualcos’altro? Magari un muffin, che ne pensi?”. Non mollavo mai, come un bambino che non vuole lasciare il suo giocattolo preferito quando la mamma gli intima di andare a dormire. “Non ne ho voglia, sono piena”, rispose seccamente. Ormai diceva sempre così, mangiava due foglie di insalata per pranzo e poi era sazia fino alla cena, se così si poteva definire. Le accarezzavo i capelli, capelli che fino a qualche mese prima erano stati una folta chioma castana e ora radi e

rovinati. Ogni tanto mi voltavo a guardare quel visetto pallido senza espressione, in cerca di uno scambio di sguardi. Non si voltava, ignorando completamente quello stupido pagliaccio che tentava di strapparle un sorriso. Avvilito, lasciai perdere: sapevo di dover smettere quando Sara faceva così.

Poco dopo che il film fu finito, senza neppure rivolgermi lo sguardo, disse: “Ieri notte ho fissato la finestra della mia camera per ore. Volevo buttarmi, volevo davvero. Ma non l’ho fatto: codarda. Se scomparissi nessuno se ne accorgerebbe. Sono un peso inutile per tutti”. Mi sentii morire, sentivo il sangue pulsarmi nella testa. Vidi un fiume di lacrime rigare il suo viso. La presi e la abbracciai più forte che mai, non riuscivo a proferire parola. Singhiozzai, non seppi trattenere il pianto, incapace di controllarmi: io, muro, in quel momento mi tramutai in un cumulo di polverose macerie. Impotente, ora ero io il povero passerotto ferito. Sentivo la carne che si lacerava. “Sei matta? Io sarei perso senza di te, i tuoi genitori, i tuoi amici… Smettila! Ti prego, smettila!”. Urlavo, piangevo e la scuotevo con tutta la forza che avevo in corpo, come per svegliarla da un incubo.

La mia ragazza, la mia bellissima Sara ora avrebbe potuto non essere lì con me. Non avrei mai più potuto assaporare il suo dolce profumo di fiorellino, non avremmo mai più fatto l’amore. Io l’avrei saputo la mattina dopo tramite una straziante telefonata dei genitori. Le toccavo le mani come per assicurarmi che quella piccola sagoma davanti a me fosse reale. Era terrorizzata, tremava atterrita dalla mia reazione. Credo che in quel momento abbia effettivamente realizzato quanto potesse essere importante per me, per quel povero disperato che ora singhiozzava senza pace accasciato sulle sue esili gambe. Fece una cosa che mi colse totalmente impreparato: mi chiese scusa. “Ti prometto che non lo farò mai più, perdonami!”. Con gli occhi lucidi e con il sapore salato delle lacrime in bocca le dissi: “Ti amo Sara”. Quella sera ci addormentammo così, sul divano, avvinghiati, ed io mi ripromisi che le sarei stato accanto per sempre.

Mi sono appena svegliato; controvoglia, contando fino a tre, mi alzo dal letto. Urgente bisogno di caffè. Ancora assopito mi dirigo in cucina e vedo Sara in pigiama che sta preparando la colazione. Si volta e mi sorride dandomi il buongiorno. “Papà! Ti sei svegliato!”, urlano Marta e Benedetta, le mie principessine. Hanno gli occhi verdi da furbette della madre e i miei capelli neri riccioluti. Mi saltellano intorno e, baciandole, faccio loro solletico con la barba ispida della mattina. Ci sediamo a tavola e Sara ci porta il latte con i biscotti sul vassoio a fiorellini bianchi e viola. Oggi è domenica, e la domenica vediamo sempre un film tutti insieme in salotto. Vediamo “Ricatto d’amore”, il nostro film preferito. Mi volto e guardo mia moglie che ride di gusto con le nostre due bellissime bambine: non posso che ridere anch’io.

FEDERICA GIORDANO

 

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