Ce lo chiede l’Europa? Chiediamoglielo!

Il 23 marzo abbiamo portato al capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Beatrice Covassi, le domande raccolte in giro per la scuola. Dopo avvenimenti come la Brexit, l’ascesa di Trump e Kim e le recenti elezioni politiche in Italia, lo scacchiere geopolitico europeo e mondiale è radicalmente mutato. Riportiamo di seguito l’intervista, con l’auspicio che possa creare una maggiore consapevolezza di questa strana e sconosciuta realtà chiamata Europa

 

 

Quali mansioni svolge un capo della Rappresentanza della Commissione europea?

È un ruolo che è

cambiato nel tempo. In passato questi uffici negli Stati membri erano uffici di informazione; invece, più di recente, in particolare con il presidente Juncker, questo ruolo è diventato più politico, quindi siamo accreditati presso il governo nazionale, siamo portavoce nel Paese, siamo autorizzati a parlare agli organi di stampa; in più, rimane il ruolo tradizionale di queste rappresentanze di comunicare ai cittadini che cos’è l’Europa, e cosa significa soprattutto nel quotidiano per la gente. Questo ruolo viene svolto in cooperazione con i nostri centri Europe Direct che sono adesso 44: sono centri in tutte le regioni italiane cui si può rivolgere chiunque voglia ricevere informazioni sull’UE e sulle sue politiche.

In un periodo storico di grande sviluppo di partiti antieuropeisti, di euroscettici, quali errori sono imputabili all’UE e quali cause ci hanno condotto a questo punto?

Più che di un errore, io parlerei di un limite storico, venuto in evidenza in questi ultimi anni. Il progetto iniziale era quello di mettere insieme dapprima la produzione del carbone e dell’acciaio, poi una serie di economie di Paesi che si erano fatti la guerra, per giungere a un’integrazione di tipo economico; al tempo stesso si sperava che ciò si traducesse in una dimensione sociale e politica che, come sappiamo, non si è ancora costituita. Di fronte a sfide epocali come la globalizzazione, la migrazione e la sicurezza, l’UE si è ritrovata senza gli strumenti per dare risposte, e una grossa parte della cittadinanza europea si è sentita distaccata e delusa: questa è una chiave di lettura. In positivo, dunque, bisogna cercare di incrementare queste due dimensioni mancanti: quella sociale – e abbiamo lanciato a Göteborg, a novembre dell’anno scorso, il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali – e quella politica, quindi il raccordo con i cittadini. Un’altra chiave di lettura è il fatto che spesso e volentieri si sono nazionalizzati i successi ed europeizzati i fallimenti, perché chiaramente è facile attribuire colpe a un ente astratto; come abbiamo visto nel caso della Brexit, questo diventa un gioco al massacro, perché a forza di ripetere tante volte che “è tutta colpa dell’Europa”, o “ce lo chiede l’Europa”, alla fine i cittadini non solo si disaffezionano, ma veramente pensano che l’Europa sia lì soltanto per mettere paletti e non per fornire possibilità. Su questo, certamente, c’è una grossa responsabilità nostra, ma anche dei media, dei giornalisti, di chi fa sempre la notizia solo sul negativo e non sul positivo.

 

Dinanzi a potenze mondiali sempre più pericolose e influenti, l’Europa si sta mostrando unita?

Credo che due accadimenti recenti abbiano fatto percepire all’Europa l’importanza di stare uniti. Il primo è stato la Brexit: un fatto inedito, in cui uno Stato membro vuole uscire, o meglio una parte dello Stato, perché il voto dei giovani è stato soprattutto per rimanere in Europa. Paradossalmente, grazie a questa rottura, siamo andati avanti sul Pilastro Sociale – a proposito del quale il Regno Unito era sempre stato, dai tempi della Thatcher, molto restio a volere progressi – e sulla difesa comune: abbiamo avuto per la prima volta una cooperazione rafforzata, la cosiddetta PESCO, nel campo della sicurezza e della difesa, che ha fatto avvertire l’urgenza di mettere insieme know-how, ricerca, innovazione, appalti di difesa comune, per delineare una dimensione di difesa europea che dal ‘54 non avevamo più avuto. L’altro fenomeno da menzionare è l’amministrazione Trump: di fronte a un’America che si dichiara pronta ad attaccare il suo più antico partner commerciale, imponendo dazi sull’acciaio al 25%, con grosse implicazioni per l’economia e per i lavoratori europei, l’Europa ha fatto fronte comune. Dinanzi a questi grandi sviluppi geopolitici globali, quindi, c’è una coesione maggiore; su altre questioni, come la migrazione, gli equilibri sono invece più difficili da trovare.

 

A proposito dell’immigrazione, a volte si ha la sensazione che l’Italia sia un po’ lasciata da sola. Qual è la linea dell’Europa al di là di quello che ci viene detto?

La migrazione è una di quelle politiche in cui, paradossalmente, l’esigenza dei cittadini è di avere più Europa. In realtà l’Europa non solo non ha tutti gli strumenti, ma è anche resa colpevole di non aver dato risposte. Abbiamo guardato alla politica di sviluppo, creando anche un fondo speciale per l’Africa. Sviluppo non significa soltanto dare assistenza tecnica o monetaria ai Paesi in difficoltà, ma anche creare condizioni di sviluppo permanente: più sviluppiamo i nostri vicini più, chiaramente, siamo protetti noi. Abbiamo poi trovato soluzioni pratiche a problemi immanenti: si è verificata una forte situazione emergenziale nel 2016 e, se da un alto è stato stretto un accordo con la Turchia per quanto riguarda la rotta balcanica, dall’altro abbiamo messo in atto, insieme all’Italia, una strategia per la Libia, quindi per la rotta centrale mediterranea. Abbiamo anche aiutato a creare il sistema degli hotspot in vari Paesi, in particolare in Italia e in Grecia, i quali s’interfacciano con le autorità locali e con tutti gli interlocutori, da Frontex e la Guardia Costiera alle associazioni non governative , fino a polizie, prefetture, ONU. Ci siamo inoltre impegnati a mettere in piedi un sistema di ripartizione di quote per i richiedenti asilo in Europa, anche se molti Paesi hanno detto di non volerseli prendere. Si è anche cercato di rivedere il Trattato di Dublino, che è stato al centro, soprattutto per l’Italia, di molte polemiche: secondo tale trattato, il Paese responsabile di decidere su una domanda di asilo è il primo Paese dove il richiedente asilo arriva. La riforma è ancora in corso, speriamo di chiudere per il 2018. Resta poi tutto il discorso dei canali di migrazione legale: tanti migranti sono di tipo economico, e su questo in Europa non abbiamo ancora una politica d’immigrazione legale vera. Sarebbe interessante se alcuni Stati proponessero a livello governativo quello che fa Sant’Egidio con i suoi corridoi umanitari: dei modi, cioè, per integrare un certo numero di migranti con la documentazione già pronta, con l’apparato di accoglienza già predisposto. Dei migranti abbiamo bisogno, perché il nostro è un continente che invecchia e necessita di nuova linfa per continuare a crescere.

 

Se qualche personaggio politico italiano contravvenisse alle direttive europee con una politica anti-immigrazione , quali potrebbero essere eventuali sanzioni?

È un tema caldo che però, spesso, viene interpretato male: la politica europea ha sempre detto che chi ha diritto di stare sta e chi non ha diritto di stare viene rimpatriato. Se un governo andasse contro gli accordi presi, come è stato già dimostrato dalla sentenza della Corte di Giustizia, quel governo sarà messo in procedura di infrazione, come si fa per tutti gli ambiti del diritto comunitario.

 

Quali iniziative, come Erasmus e Interrail, sta prendendo l’Europa per coinvolgere i giovani?

L’Europa è una realtà scontata per i millennials e per le nuove generazioni, e l’Erasmus è diventato il simbolo della mobilità, non solo fisica ma culturale, dei giovani nel continente. Il programma Erasmus si è molto allargato: non è più soltanto per giovani universitari, ma anche per apprendisti, sportivi, giovani imprenditori… Un anno fa abbiamo lanciato anche un’altra esperienza: quella dei corpi di solidarietà europei, ossia la possibilità di fare volontariato in un altro Stato membro, per varie organizzazioni governative e non. Ad esempio giovani da tutta l’Europa sono venuti a Norcia dopo il terremoto ad aiutare nella ricostruzione, e altri torneranno nel settembre 2018. Ci sono anche prestiti per startup giovanili e garanzie varie per i giovani. Un appello che mi piacerebbe lanciare ai giovani è questo: proprio perché siete nati e vissuti in questa dimensione europea di libera circolazione, di studi all’estero, di compagnie low cost, di area Schengen, cercate di essere consapevoli del fatto che può anche non essere per sempre. Se ci sono forze politiche che spingono verso un’Italexit, potreste ritrovarvi senza volerlo a vivere una situazione come quella del Regno Unito. Per questo puntate sulla mobilitazione giovanile, che lo facciate sui social o con esperimenti startup: è importante che facciate sentire la vostra voce, che diciate che l’Europa conta, che volete rimanerci.

In seguito all’introduzione di dazi su acciaio e alluminio da parte dell’amministrazione Trump, l’UE dovrà intraprendere colloqui per de finire accordi commerciali alternativi. Potrebbero essere attivati colloqui bilaterali con gli USA senza il tramite UE?

No, tutto quello che è materia commerciale passa necessariamente dalla Commissione Europea, e questo è parte della politica dell’UE: nelle materie di competenza esclusiva della comunità, la Commissione negozia per tutti su mandato degli Stati membri, così accade in tutti i trattati commerciali. Esiste poi la possibilità di concludere trattati a carattere misto, ma solo quando ci sono aspetti che rientrano nelle competenze degli Stati membri, come la difesa, o che toccano competenze non ancora entrate a far parte del corpus comunitario; è proprio questa capacità di negoziare a nome di tutti che fa la nostra forza commerciale. Abbiamo ribadito il fatto che per noi il commercio non è un prendo più io-prendi meno tu: siamo per un commercio equo, aperto e globale. Dispiace che un partner storico come gli Stati Uniti possa pensare di coinvolgere l’Europa per misure che erano volte alla Cina come primo obiettivo. Di certo, se si arrivasse a una guerra commerciale, non staremmo a guardare.

La società britannica Cambridge Analytica avrebbe usato i dati degli utenti Facebook, illegalmente ottenuti, per manipolare le elezioni USA de l 2016 e quelle per la Brexit. Quali sono i temi più importanti su cui si mira a ottenere risposte?

 

C’è una grande differenza tra l’Europa e altri Stati tra cui gli USA, che hanno una politica meno stringente, riguardo la protezione dei dati personali. In Europa essa fa parte della Carta dei diritti fondamentali dell’UE: non è un optional, non è una questione meramente commerciale, e adesso abbiamo un nuovo regolamento molto stringente, che entrerà in vigore fra un paio di mesi. I dati sono diventati una merce di scambio, c’è tutta una regolamentazione che stiamo portando avanti, di tassazione se necessario. In un’economia digitale che va nella direzione dell’uso dei dati e dove è sempre più difficile distinguere nettamente tra dati personali e non, dobbiamo trovare un buon bilanciamento.

Come sta affrontando l’Europa la questione della disparità a livello economico tra gli Stati membri?

La disparità è alla base della politica di coesione dell’UE, che con i fondi strutturali, il fondo sociale europeo e una serie di strumenti vuole aiutare le regioni meno sviluppate a svilupparsi e a realizzare, come nel caso dell’Italia, grossi lavori, infrastrutture, ospedali, strade, o progetti di risanamento di intere aree urbane. Ho in mente la metropolitana di Napoli, che è stata realizzata con fondi europei, o un ospedale a Treviso, costruito anche grazie al piano Juncker. Questa politica ultimamente è un po’ sotto attacco; vedremo in futuro come verrà ripensata per essere più efficace, per rivolgersi ai destinatari giusti e per cercare di livellare queste disparità, tenendo presente che in tanti ambiti l’UE non legifera. L’Europa, per come la viviamo adesso, è un progetto incompiuto. Di fronte a tante sfide sarà possibile progredire in modo equo, socialmente ed economicamente, soltanto nella misura in cui metteremo insieme le risorse e cercheremo di portare avanti politiche più unite, invece di andare avanti in 28 stati membri, fra poco 27, tutti diversi, ognuno con le proprie politiche che, da sole, non riescono più ad affrontare in maniera credibile i grandi temi.

ANDREA CRINÒ

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