21 grammi sopra il cielo

«Si direbbe che alzandosi sopra il soggiorno degli uomini si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri, e che a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree l’anima sia toccata dalla loro inalterabile purezza»

(Jean-Jacques Rousseau)

Il saṃsāra occidentale è la vita quotidiana. Il divertissement di Pascal, il continuo affaccendarsi senza

scopo, ha il sapore della penosa catena buddhista della trasmigrazione, che costringe l’uomo a ricostruire sempre daccapo l’edificio delle proprie passioni senza sperare in un punto d’arrivo, poiché dall’appagamento di una ne sorge subito un’altra. È così che l’uomo, indiano o europeo che sia, si trova intrappolato in una gabbia di ripetizione opprimente, un “eterno ritorno” che stordisce e inebria per poi rivelare lo stesso sapore amaro del punto di partenza.

Non a tutti questa condizione riesce sgradevole: c’è chi beve, fuma, ride e non l’avverte, né sul piano puramente intellettuale né, tantomeno, sul piano onnicomprensivo dell’esperienza, che conosce non in modo astratto ma con la fatica di anima e corpo. Beati loro, perché saranno felici, direbbe forse il Grande Gatsby – e probabilmente è così. Ma perché il mondo vada avanti serve anche un altro tipo di sensibilità, quella del “der Suchende”, di colui che cerca e non si accontenta, che è spinto per natura a scavare nella vita. È il destino dei geni, ma anche di tutti coloro che sentono di scivolare senza rimedio in un fiume in piena e vorrebbero trovare un appiglio saldo.

Ognuno trova il suo. Il mio sono le montagne. Sospeso sulla roccia, la vita attaccata ad un filo (letteralmente), non c’è spazio per le illusioni, per la miriade di fuochi fatuichepervadelaquotidianità. Lacordatiminaccia: “Io posso reggere solo te, la tua essenza, il resto è troppo pesante”. E così, per non cadere, te ne liberi. Rimani piccolo, solo, nudo davanti a una Natura che scatena d’improvviso un temporale in parete e ti assale con la propria maestosa e terribile potenza, quasi facendosi beffe di quelle tue previsioni meteorologiche calcolate meticolosamente ora per ora. Ma quella stessa natura che ha ribadito la sua distanza da te, uomo insignificante, accidentale, pervaso da smanie ridicole

di grandezza nel tuonare “Bergheil!” (“preso, conquistato”) sulle vette, con dolcezza ti avvolge dopo qualche ora in un tramonto rosato,

delicato, etereo, quasi sussurrandoti che in fondo tu e lei siete la stessa cosa, qualcosa di sublime.
Non può allora il “der Suchende” – che, tremila metri sopra i tormenti umani, condivide un pezzo di pane con le aquile – non ricordarsi del credo buddhista , dell’Ātman, l’anima individuale, che si fonde con il Brahman, lo spirito del mondo, in un abbraccio luminoso di pace, in un annientamento di sé nell’essenza universale che è il più profondo modo di esistere. Chi conosce e ama la montagna nell’unico modo in cui essa può essere conosciuta e amata, cioè con tutto il corpo, senza parlare e senza ritrarsi, non può non sentirsi goccia in un oceano, libera dai propri angusti confini mentre si confonde nel Tutto.

Ora, senza la pretesa di sentirsi “illuminato”, è senza dubbio in sintonia con tali sentimenti l’alpinista che osserva da una breccia nelle nuvole la città sottostante, la quale immagina brulicare di frenesia cieca come quando se l’è lasciata alle spalle. Invece lui si siede, posa lo zaino, le corde, la piccozza e controlla con il binocolo perché lassù gli è parso proprio di vedere un branco di camosci: sì, è proprio così, procedono svelti sul fianco della montagna, agili, i piccoli al centro. E nel frattempo si sentono i fischi delle marmotte che si chiamano dalle tane, vicinissimi, chissà se riesco a vederle, pensa l’alpinista, e fa della propria umanità un mucchietto indistinguibile dalle rocce, trattenendo il respiro per non fare rumore. Ed è capace di rimanere lì un’ora, anche due, tempo durante il quale, a New York, un altro uomo si è infilato di corsa le scarpe nere lucidate, ha corso fino alla metro, mentre saliva ha ingoiato una barretta ipercalorica per risparmiare il tempo del pranzo, si è infilato rapidamente su un sedile precedendo un’anziana e instabile signora – mi dispiace – le ha borbottato tirando fuori il PC – ma se non mi siedo a lavorare per questi sette minuti dodici uomini verranno condannati a morte, la Borsa si

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fermerà, il complotto per la terza guerra mondiale non potrà essere evitato e probabilmente neanche l’Apocalisse. Proprio in quel momento, molto più in alto, la marmotta sta uscendo dal buco.

Se c’è un momento che riassume in sé tutto ciò che la montagna ha da offrire e da insegnare, questo è probabilmente l’arrampicata. Sei alla base della parete, mentre stringi il nodo guardi la via, studi i passaggi, la lunghezza, i punti critici. Nel momento in cui posi le mani sulla roccia stai affidando la tua vita a chi ti assicura: devi fidarti di lui, imparare a scegliere con cura le persone che vuoi intorno a te e non avere paura di dire che non te la senti, magari per timore di offendere o per timidezza.

Ma allo stesso tempo, quando sai che hai incontrato la persona giusta, devi riuscire a superare il tuo istinto all’autosufficienza, devi avere il coraggio di fidarti, di lasciare la cosa più importante che hai, la vita, nelle mani di un altro: quale regalo può essere più immenso, quale amicizia più vera? Poi cominci a salire e il mondo sparisce. Sei solo con te stesso, ascolti il tuo stesso respiro, i battiti del tuo cuore, la roccia. La roccia va capita per essere scalata. Una mano, un dito può prendere una presa in decine di modi, la roccia ti offre se stessa e tu l’accogli in modi diversi a seconda di come sei fatto. Capendo lei, capisci te.

Ogni passaggio complesso è una spinta, un invito a non arrendersi, a trovare una soluzione perché una soluzione c’è sempre, serve solo la pazienza di cercarla. Una pazienza, un’osservazione, un ascolto che forse l’altro mondo, quello di sotto, non ci insegna più. Quando, magari dopo mezz’ora, il passaggio è risolto, lo guardi dall’alto e sorridi, era un ostacolo e adesso è – fichtianamente – una parte di te, ti ha concesso di

diventare più grande, più ottimista, più libero forse. Poi c’è il dono più difficile da accettare: l’umiltà. All’inizio è sommersa dall’euforia della cima, dalla brama di ascesa e conquista, ma prima o poi è inevitabile il confronto con i propri limiti. Basta sopravvalutarsi, fare troppo affidamento sul meteo, calcolare tempi stretti e venire colti dal freddo e dal buio inesorabile della sera. Allora capisci che non è uno scherzo, non siamo immortali, un errore può essere fatale. Impari ad evitare la leggerezza e a capire dove ti devi fermare e tornare indietro, anche a un solo passo dalla vetta se necessario.

In una sola scalata, la montagna è capace di comunicare tutto questo. Così ricchi, di colpo, di tutti i più infiniti e luminosi valori umani, ci sentiamo più uomini quel giorno che in un mese di vita ordinaria, e allora diventa possibile capire quanto la nostra vita, la nostra umanità sia preziosa. Vale la pena, dunque, riflettere su questo: forse chi pratica il free solo, l’arrampicata in solitaria senza corde, e spesso non vi sopravvive, non compie un atto incosciente di folle e superba baldanza, ma il più superbo anelito alla vita e il più profondo gesto di comunione con le montagne, se stesso, il mondo. Egli sa che ogni movimento può essere l’ultimo, uno sbaglio significa morte: ma, proprio per questo, in ogni momento in più che gli viene concesso vive mille vite. Egli sa ogni volta che può non tornare a casa, ma accetta questa possibilità con serenità, libero dalla brama di vivere perché pieno di vita vera.

Con la sua ultima presa, egli non fa che donare alla montagna quel che di più prezioso possiede: quella vita profonda che la montagna stessa gli ha donato e gli ha insegnato a donare.

GIULIA SILVERI

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