Rinascita

Ho passato l’estate bloccata in un limbo, incapace di riprendermi da tutte le delusioni dell’anno passato. Ho sperato – per la prima volta in vita mia – che la scuola riprendesse il prima possibile, e che mi permettesse, con il suo carico di preoccupazioni, di smettere anche solo per un attimo di crogiolarmi nella mia più nera apatia. Ho voluto convincermi ch’essa potesse essere meno greve ora che M*** non si aggira più attraverso i suoi corridoi, come lo spettro di ciò che avrebbe potuto essere, ma che non è stato mai; ora che quella puttanella di L*** col suo culo sempre in mostra non avrebbe più potuto sbattermi in faccia i suoi stucchevoli flirt con quello che sapeva essere stato il più grande amore – mai corrisposto – della mia vita. Ho pregato di avere finalmente l’occasione di poter strappare un bacio a quella figura tanto misteriosa che, con il fumo della sua sigaretta sempre accesa, rischiarava i pomeriggi più uggiosi di quel fine-scuola maledetto.

Ho sperato, insomma, in una rinascita, che partisse dalle ceneri grigie della mia vita precedente; purtroppo, neanche questo mi è stato concesso.

Al vecchio dolore se n’è aggiunto uno nuovo, che ha riacceso le braci sopite – ma mai spente – che mi impediscono, la notte, di trovare ristoro nel sonno.

Eppure J*** mi ha respinta come tutti gli altri.

Incrociai il suo sguardo durante la ricreazione, e me ne innamorai perdutamente; era bello e, come ebbi modo di accorgermi ascoltando le sue conversazioni con gli amici (tenendomi in disparte mentre sorseggiavo timida il mio tè), anche molto intelligente. Di tanto in tanto posava il suo sguardo su di me con piglio interrogativo, ma io subito abbassavo il mio, incapace di sostenerlo. Era così bello che un paio di volte, senza quasi accorgermene, lo seguii fino a casa sua, ipnotizzata da quelle spalle che ondeggiavano al ritmo della sua andatura, e cercando di trovare il coraggio di parlargli.

Volevo disperatamente attirare la sua attenzione, ma la paura e l’imbarazzo mi strozzavano le parole in gola; giunsi così a quell’atto sconsiderato di cui tanto mi pento. Ah, se mi fossi trattenuta! Avrei almeno potuto continuare a nutrirmi di una speranza che, per quanto vana, avrebbe quantomeno funto da palliativo per questo mio insanabile dolore. Una mattina, prima del suono della campanella, riuscii a introdurmi nella sua classe, e scrissi con un pennarello il mio numero di cellulare su quel banco che ero certa avrebbe occupato. Fu una giornata terribile, passata ad attendere febbrilmente che quel maledetto telefono vibrasse; ciò non accadde che a pomeriggio inoltrato: sullo schermo appariva un messaggio lapidario, che mi intimava di lasciarlo stare e di smettere di seguirlo.

Tentai di replicare, ma mi aveva bloccata.

E così la rinascita in cui tanto speravo non si è ancora avverata. Forse, come una fenice, prima di risorgere dalle mie ceneri dovrò continuare a bruciare ancora per un po’. Dio solo sa per quanto tempo.

SISIFO

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