Manara: ancora politicizzato?

“Il Manara, una scuola di zecche e froci”. Quante volte lo avremo sentito?

Sin dalla fondazione del nostro piccolo eppur emerito liceo è stato sempre chiaro l’indirizzo politico che, tra alti e bassi, i suoi studenti perseguivano: al Manara sono comunisti. Questo il mito, questa la storia. In una Roma dove la scuola superiore veniva scelta proprio in base allo stesso orientamento politico, tra una scazzottata e l’altra con i “vicini” del Kennedy, centinaia di studenti del nostro istituto erano soliti scendere in piazza insieme ai più rumorosi compagni dall’altra parte del Tevere. Mai si è osato mettere in dubbio questa sacrosanta verità: se non proprio comunisti, quasi impossibile era trovare, nell’unico liceo classico di Monteverde, qualcuno che non si riconoscesse nel grido “siamo tutti Antifascisti”.

Poi sono arrivati i primi anni Duemila, la crisi economica, lo scioglimento del PCI, e in qualche modo qualcosa è cambiato.

L’affluenza ai cortei è diminuita, la frequenza dei collettivi ed il numero dei partecipanti sono dimezzati e, tutto a un tratto, la scuola è tornata ad essere quel posto in cui si va controvoglia a seguire sei ore di lezione frontale povere di entusiasmo, e dove la politica in nessun modo deve entrare. Lo stesso collettivo, nato come organo politicamente (auto)organizzato, e quindi come luogo di discussione e scambio di opinioni tra gli studenti, è stato progressivamente svuotato di tali funzioni, per rimanere, di fatto, un nome sotto cui mascherare un comitato studentesco allargato ed extracurriculare. Perché la scuola dovrebbe insegnare a sviluppare un pensiero critico e quindi formare lo studente che, una volta uscito, avrà la possibilità di votare, giusto? Perché a 15, 16, 17 anni, si è troppo piccoli per poter già avere un’idea precisa sul lato della moneta in cui ci si vorrà collocare in futuro. Perché, in fondo, le menti dei giovani sono facilmente plasmabili, perché noi del mondo non sappiamo niente, e quindi per quale motivo perdere una giornata scolastica o, peggio, un pomeriggio a sentire le solite quattro persone urlare i soliti quattro slogan che, per me, non significano nulla? Questo il ragionamento, questa l’attitudine con cui sempre più ragazzi e ragazze, provenendo da una scuola media in cui tutto l’entusiasmo infantile viene spento ed in cui vengono lasciati soli ad affrontare gli anni forse più difficili, quelli che si collocano tra infanzia e adolescenza, arrivano alle superiori: poche aspirazioni, ancor meno curiosità ed un quasi estinto interesse per materie che non sono altro che ciò che li separa dalla tanto agognata fine della scuola dell’obbligo. Non c’è quindi da stupirsi se, in questa scuola come nelle altre, la coscienza politica si sia progressivamente affievolita fino quasi a sparire. E se da una parte è diventata scelta impopolare e “buonista” essere di sinistra, in un’Italia distrutta dalla crisi, dal problema immigrazione ed in cui ai giovani si continua a ripetere che la prospettiva più importante, a discapito di ogni passione personale, è trovare lavoro, tenendo conto della dilagante disoccupazione, sempre più facile è cadere in un fascismo mascherato da patriottismo che continua a riemergere ancora e, soprattutto, a distanza di anni dalla sua “messa al bando”.

“Il Manara, una scuola di zecche e froci.” Ma siamo sicuri che sia ancora così?

FRANCESCA GIULIANO

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