Libertà

Libertà. Una parola comune. Tanto semplice quanto complessa. Una parola che sembra immersa in una realtà fin troppo vasta, in cui non sembra chiaro quale sia il suo ruolo o a cosa si riferisca di preciso, tante sono le sfumature che il mondo sembra imporvi. Ogni giorno ci confrontiamo con essa, avidamente ne usufruiamo. In fondo, anche l’azione che diamo più per scontata, che è in maggior modo parte integrante e ormai impercettibile della nostra vita dipende da questa abusata espressione. Abusata a tal punto nella nostra società, da diventare completamente satura nel suo significato, merce propria della più bassa propaganda. Utilizzata da tutti, senza distinzione di ideali né fini: non ha più identità. Non possiamo di certo chiamarla “partecipazione”, come Giorgio Gaber già amaramente accennava oltre quarant’anni fa: non sembrano esistere né spazio né opportunità. Forse siamo noi a non ricordarci che cosa sia la libertà. Subiamo. Ma chissenefrega, in fondo. La nostra vita non sembra poi risentirne. È qui che dobbiamo intervenire. Dobbiamo riflettere non sulla sua teorica definizione, ormai mutevole, ma sul suo ruolo. È davvero così scontata la nostra condizione? È davvero così scontato vivere in una società che ha la sua “normalità” nella civiltà e nella legalità? È davvero così scontato che debbano ancora esistere “eroi” e non una massa cosciente? Bomba, auto che va in fiamme: attentato. No, non ci troviamo nell’Italia degli anni di piombo o di “mani pulite”. La vettura di Daphne Caruana Galizia è esplosa un mese fa, a Malta. E in quella nube si è subito dissolto l’interesse per il caso di una giornalista che ha “osato” denunciare il coinvolgimento del governo maltese nella vicenda riguardante i Panama Papers. La stessa Malta che con il suo presidente Muscat ha presieduto il Consiglio europeo, da gennaio fino a giugno. La libertà di Daphne è finita inghiottita in quel terribile pulviscolo. La nostra rischia seriamente di esserlo. Consapevolezza e spirito critico possono essere delle ottime armi per difenderla. Queste sono le uniche armi che il mondo occidentale deve sentirsi in dovere di utilizzare.

ALESSANDRO IACOVITTI

 

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