Cinematografia nell’era del progresso

“L’oggetto artistico – al pari di ogni altro prodotto – crea un pubblico dotato di sensibilità artistica e capace di gustare la bellezza. La produzione, dunque, non produce soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto” (Karl Marx)

È conoscenza comune, riscontrabile in ogni saggio cinematografico che si rispetti, che il Cinema sia l’arte popolare del nostro secolo. Si pensa pertanto, con quest’asserzione, che sia una forma di espressione di facile comprensione, la migliore per comunicare in modo diretto ed efficiente con il numero più ampio possibile di persone (potremmo dire spettatori, termine di certo più ipocrita ma adatto a un contesto audiovisivo; o cittadini, se volessimo riferirci a un ambito politico, con un messaggio proveniente da un singolo o dall’alto e la cui propaganda necessita del mezzo per essere trasmessa al popolo). In realtà, pur ammettendo una considerazione del genere, essa va intesa in altro modo. Il Cinema è l’arte popolare per eccellenza, non perché espressione dell’animo della gente, bensì nel senso opposto, intendendo che è l’animo dei cittadini a essere forgiato dall’arte stessa. Il rapporto è, difatti, necessariamente da considerare in maniera contraria all’opinione comune. Scrisse Béla Balázs, ne Il Film: “dal grado di cultura cinematografica che riusciremo a diffondere tra le masse dipenderà la salute spirituale di interi popoli”. La visione dell’autore ungherese, per quanto idealistica e parzialmente condivisibile, si ricollega perfettamente al nostro discorso, facendone da altisonante controparte e alleata. Anche solo venti anni fa, questa teoria, che pure oggi conserva una parte, seppur misera, di verità, sarebbe stata ben più condivisibile. Una tesi del genere, tuttavia, risulta oggi fuori luogo e quasi anacronistica. Nei nostri tempi, nella cosiddetta era del progresso (nell’era democratica, direbbe Giovanni Lindo Ferretti), né il Cinema è espressione di un bisogno cittadino, né è un mezzo salvifico volto ad arricchire gli assidui frequentatori delle ormai decadenti sale cinematografiche (la via migliore e più onesta sarebbe quella di eliminarle del tutto).

La responsabilità del declino del ruolo del Cinema nella società e del drastico peggioramento del rapporto con il pubblico non è certo da trovarsi in un peggioramento della qualità dell’Arte, tutt’altro. Il prodotto filmico nasce, nella maggior parte dei casi e sicuramente nel contesto odierno (ristretto ai circuiti cinematografici comuni), come produzione capitalistica, la quale mira esclusivamente al guadagno immediato. La premessa necessaria per il finanziamento e la nascita di un film è sempre quella della garanzia del successo. Un qualsiasi produttore (purtroppo, molto spesso, lo stesso regista) è portato così a seguire il gusto ricorrente del pubblico basandosi su modelli prestabiliti e portatori di successo. Una serie di prodotti frutto di un’omologazione continua equivalente a un soffocante incubo, a un’interminabile corsa senza vie di fuga. L’Arte perde il suo idillio creativo, svanisce la sua funzione di evasione dalla realtà, per far spazio a una concatenazione di fotocopie senz’anima. In pratica, non si crea un qualcosa se non si ha già un fruitore preesistente. Se davanti allo schermo ci fosse un pubblico responsabile, inteso come insieme di singoli curiosi e intenzionati a volersi avventurare nei meandri più oscuri della materia artistica, ad andare oltre il convenzionale e vedere fino a dove può realmente spingersi il Cinema, saremmo in un contesto diverso, ovvero in un ambito in cui una visione di resistenza non è considerata più tale, ma è la norma. Sarebbe forse spontaneo a questo punto pensare che, allora, è realmente il popolo a influenzare il mezzo del Cinematografo (ecco, dunque, l’arte popolare), in quanto esso è modellato sul gusto comune e su ciò di cui c’è sicurezza di successo, ovvero di apprezzamento generale. Invece, non si tratta minimamente di ciò. Qui risiede il fulcro della questione: il Cinema commercialmente inteso non è il riflesso dell’animo popolare (e, badiamo bene, non si propone di esserlo). Nel Cinema più apprezzato e campione d’incassi, non c’è assolutamente nulla del bisogno del cittadino. Non vi sono rispecchiati l’uomo moderno e le sue complessità, non si tenta nemmeno di trasporre su pellicola ciò che il singolo oggi è. Né, a malincuore, è possibile affermare che l’animo del singolo sia forgiato da quest’arte: l’uomo medio è inondato da un’ingente quantità di visioni a lui estranee, folkloristiche, distanti. Non c’è stato, dagli anni Novanta in poi, alcun film sinceramente pregnante che abbia sconvolto, o anche solo influenzato, il pubblico. E ciò avviene sia per un pubblico irresponsabile, che non fa resistenza al comune e che non pretende, com’è giusto che sia, la visione di un Cinema che (r)esiste, sia per una mancanza di interesse, dall’alto, per qualsiasi sperimentazione che sia distante dal prodotto di facile riuscita e incasso. A un pubblico ignorante, soprattutto, non è concessa alcuna possibilità di riscatto poiché, a tutt’oggi, non s’insegna a vedere il film. Non esiste, semplicemente, una cultura visiva di massa. Anzi, vi è spesso l’illusione, l’autocompiacimento nell’immaginare di aver colto significati profondi in film pessimi, il che è forse ancora peggio dell’ammissione d’ignoranza. Qual è, in definitiva, la potenzialità del mezzo cinematografico nella nostra epoca, così detta del progresso? È nulla, non ha alcun valore per la civiltà odierna. Il Cinema è, da tempo immemore ormai, di fronte a un bivio, una netta divisione tra il Cinema di massa e un Cinema sperimentale in netta via di estinzione. Nessuno dei due, comunque sia, presenta una qualsiasi influenza nel contesto umano. Il primo perché così becero e volgare da essere esso stesso un insulto all’intelletto umano, il secondo perché talmente difficile da reperire e rivolto a una porzione così ristretta di spettatori (quasi nulla) da svanire nella quotidianità di tutti i giorni. Si è perso un qualcosa, nella nostra indifferenza.

VIOLA DE BLASIO

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