Un’immortalità mortale

Era stato un viaggio duro. Tanti sacrifici, tanti morti, tanta sofferenza. Egli era riuscito a sopravvivere e tornare a casa. Il regime era caduto, la guerra era finita e lui cosa ci aveva guadagnato? La moglie lo aveva tradito, ma la casa era rimasta sua, come il figlio che continuava ad aspettarlo. Ella continuò ad essere sua moglie ed entrambi finirono i loro giorni come se la guerra non ci fosse mai stata. Solo nella testa di Arturo era avvenuta la guerra. Egli era l’unico ad averla vissuta e così a portarsela con sé tutta la vita, senza però averla vissuta di persona, poiché i ricordi infantili tanto più divennero lontani quanto la sua coscienza ne diventava estranea. In punto di morte, nelle sue ultime parole, il padre gli affidò una vecchia lampada trovata fra la sabbia del Sahara in Egitto. Sembrava quella della favola di Alì Babà e i quaranta ladroni, di nessun valore. Era una vecchia lampada, inutilizzabile… inutile. Per Arturo non era che un oggetto di quella guerra che aveva cambiato tutta la sua famiglia. Così, insieme alla volontà di lasciarsi tutto alle spalle, la lampada venne abbandonata nella cantina della casa. Arturo non le dava nessun valore in più di quanto effettivamente valesse. Seppur per il padre quella lampada era tanto importante, Arturo ne perse il ricordo, i figli vissero senza mai conoscere l’esistenza di quella lampada, gli anni passarono e Arturo morì senza mai svelare a nessuno il segreto della lampada. Continuarono a passare gli anni e nessuno della famiglia era interessato ad andare a vedere i vecchi ricordi di guerra. Nessuno fino a quel giorno. Arturo, forse il pronipote del figlio della guerra (di anni ne passarono tanti, è molto difficile definire bene quante generazioni si susseguirono), per semplice curiosità andò giù in cantina. Quegli scatoloni avevano dentro di loro un tesoro di ricordi. Lì la vita dei suoi avi era rimasta. Si poteva avvertire il flusso delle idee nella loro mente osservando tutte quelle cianfrusaglie. Poi gli arrivò fra le mani una vecchia lampada, ma non vecchia quanto lo erano tutti gli altri oggetti, ma di tempi veramente lontanissimi, impolverata e che al tatto sembrava solo un pezzo di ferro di cattivo gusto. La lampada stonava con tutto ciò che era contenuto lì, eppure c’era. Arturo non si fece tanti pensieri; ricordava la classica lampada del genio che esaudisce i desideri, ma egli, da buon ragazzo del 2000, senza paura di queste storielle da bambini, ragazzo di puro raziocinio, decise di sfidare il destino, le leggende e di strofinarla. Mentre ancora strofinava e levava la polvere con la manica della maglietta, dalla punta della lampada uscì del fumo. Improvvisamente ad Arturo caddero tutte le proprie certezze razionali: l’impossibile, il magico stava accadendo davanti ai suoi occhi. Dal fumo si eresse una figura possente, fatta di materia non terrestre, quinta essenza forse, con tratti orientaleggianti. Mostratasi in tutta la sua grandezza, l’irrealtà disse la sua formula magica: “Io sono il genio della lampada, tu hai strofinato la lampada e sei di conseguenza il mio padrone. Il mio padrone può esprimere tre desideri. Una volta che il mio padrone avrà espresso i suoi desideri io avrò l’ordine di non udire più le sue parole e non rispondere più alle sue chiamate”. A queste parole la meraviglia del ragazzo del nuovo millennio non durò molto perché, accettata la nuova realtà alterata, la sua mente era tutta impegnata a cercare il modo più efficace per sfruttare al meglio questo suo vantaggio. Così, dopo un’attenta meditazione durata poco tempo per i comuni mortali, ma abbastanza per l’era digitale nella quale viveva ora Arturo, il primo desiderio fu espresso: “Voglio l’eterna giovinezza”. E così: “Come tu desideri, mio signore. D’ora in poi il tempo non potrà scalfire il tuo corpo”. Ma il ragazzo, abituato a ragionare velocemente sui suoi svantaggi, si rendeva ben conto che la vita non veniva messa a repentaglio dal solo tempo: “Voglio l’invulnerabilità”. E così: “Come tu desideri, mio signore. D’ora in poi nessuna cosa o essere vivente potrà scalfire il tuo corpo”. Arturo si sentiva il potere fra le mani, era il padrone della vita e aveva appena vinto la morte. Così, ottenuta la sua vittoria definitiva contro il nemico che nessuno aveva mai sconfitto, decise di premiarsi con la lussuria, il piacere fisico. Solo perché egli era l’immutabile immortale, disse: “Ora voglio che ogni bella donna di mio piacere, al mio sguardo, abbia una voglia di fare sesso con me sempre maggiore fino alla sua soddisfazione”. E così: “Come tu desideri, mio signore. D’ora in poi ogni donna che risponda ai suoi piaceri e che incroci i suoi occhi sentirà un crescente desiderio sessuale nei suoi confronti fino al suo appagamento. Ora che il mio servigio per la sua persona è finito, io non devo più dar ascolto alle sue parole e non dovrò mai più rispondere alle sue chiamate”. Così come comparve, il mago scomparve. Arturo era forte ormai. Bello, eternamente giovane, invulnerabile a tutto, compresi tempo e morte, con tutte le belle donne ai suoi piedi. Il mondo non aspettava che lui. Il mondo non era altro che il teatro del suo agire. La sua lussuria ed il suo basso successo non conobbero fine. Passarono gli anni, le donne più belle non potevano resistere dall’andare da lui ed egli non poteva che vivere una vita che si fondasse sul godimento. Negli anni Venere s’infastidì parecchio quando scoprì di non poter controllare il cuore di Arturo e che per quanto lei fosse una dea, la dea dell’amore e della bellezza, comunque otteneva le donne che lui voleva e lei non poteva farci nulla. Ella s’infastidì a tal punto d’andare dalla Morte a chiedere quando si sarebbe presa quel rubacuori che tanto le dava fastidio, ma la Morte in questo non poté aiutarla: “Purtroppo è entrato un genio della lampada nella sua vita ed il suo nome è stato cancellato dalla mia lista, ma segui il mio esempio, abbi pazienza: nessuno, se non deciso da me, ha vita eterna”. Neanche Achille poté fuggire dalla Morte, ma Arturo non aveva veramente punti deboli, se non la sua mente. Gli anni passarono in fretta e le persone nascevano, crescevano e morivano, di continuo, in un ciclo senza fine. Tutti. Tranne Arturo. Egli continuava ad essere bello, giovane e “fortunato” con le donne. Ma per ogni generazione che andava via ne veniva una nuova, diversa dalla precedente, con usanze diverse, diversi pensieri. La gente moriva e ne nasceva dell’altra che pensava in modo diverso e cambiava il mondo. Tutto il mondo era in continua dinamicità. Gli anni passavano in fretta, come anche le usanze e gli ideali che si susseguivano. L’eticità, la moralità continuavano a cambiare. Tutto nasceva, cresceva, cambiava il mondo e moriva. Tutto mutava, tranne Arturo. La fortuna con le donne non era più fortuna per lui, ma semplice abitudine. La sua eterna giovinezza non era altro che la sua immagine eternamente uguale, tanto uguale negli anni che era diventata vecchia e noiosa ai suoi occhi. L’invulnerabilità ormai non gli dava più quella spinta di forza, non era neanche più nei suoi pensieri. Quello che lo rendeva il padrone dell’universo non lo soddisfaceva più. I comuni mortali continuavano ad essere desiderosi di caratteristiche come le sue, che egli teneva sempre rigorosamente nascoste. Avrebbe voluto dedicarsi ad altro, riempire quella sua noia, data dal continuo desiderio sessuale delle donne e dal suo volto sempre uguale, con qualche cosa: arte, cultura, servizio sociale per fare felice qualcuno; ma il mondo continuava a mutare e ormai le sue visioni dalla vita erano pari a un vecchio scorbutico sempre insoddisfatto del lavoro delle nuove generazioni. La sua mente era invecchiata. Il tempo lo aveva lacerato nella testa. Il sesso non lo soddisfaceva. Voleva finire quella vita che ormai non aveva più senso continuare. Era solo in mezzo a tanti giovani che lui non poteva comprendere per la sua anziana mente, senza nessun godimento fisico, senza nessun piacere intellettuale. Un corpo che continuava a spingersi nella sua eternità. Ma aspettando cosa? La fine dei tempi? Il giudizio universale per dire “Io c’ero”? Così i tentativi di suicidio non mancarono. Provò qualsiasi cosa gli venisse in mente o consigliato. Ogni suo tentativo gli era indifferente, la sua invulnerabilità non gli permetteva di morire. Passarono molti altri anni e i desideri di Arturo non erano altro che una gabbia che lui stesso aveva richiesto. Passarono altri decenni e la vita di Arturo non divenne altro che un’eterna depressione. Pregava qualsiasi religione e chiedeva in tutti i modi la morte. Voleva morire, ma non gli era possibile. Cercò la sua lampada, la trovò, ma inutilmente. Il genio non rispondeva alle sue chiamate e la sua disperazione cresceva di anno in anno. Voleva la morte, solo questo desiderava. Passarono altri decenni prima che la Morte stessa si presentasse a lui.

– Vuoi morire?

– Non è altro ciò che io desidero. La morte è tutto ciò che voglio, ma non posso morire a causa del mio desiderare.

– Non vi è problema senza soluzione. Io ho la tua soluzione, sono io la tua stessa punizione, ma annullare una magia così forte ti costerà caro, più di quanto tu non abbia già sofferto.

– Se lei è veramente chi dice di essere, mi prenda, sono pronto a soffrire per terminare tale agonia.

– Il prezzo sarà un’eternità di sofferenza corporea. Soffrirai tutto ciò che nel tempo si può soffrire, come pena per la tua invulnerabilità. Soffrirai nel corpo terribilmente all’altezza dei tuoi genitali, come pena per la tua lussuria. Soffrirai il dolore di un corpo che invecchia, sentirai il dolore di ossa stanche e ormai pronte alla morte, come pena per la tua immortalità. Sicuro di voler desiderare questo?

– Qualsiasi cosa per porre fine alla mia nullità.

– Bene allora, il tuo desiderare sarà ancora una volta per te il giudizio del tuo destino.

– Un’ultima cosa, ti prego, vorrei chiederti prima di andare.

– Chiedimi pure.

– Ci sono stati altri prima di me ad utilizzare la lampada?

– Un tuo avo per primo ne usufruì.

– E cosa chiese, se mi è concesso saperlo?

– I suoi tre desideri recitavano così: “Vorrei sopravvivere alla guerra”, “Vorrei che la mia famiglia sopravviva alla guerra”, “Vorrei che i miei amici con le loro rispettive famiglie sopravvivano alla guerra”. E, soddisfatto dal genio nelle sue richieste, giunto alla fine dei suoi giorni, fu l’uomo più felice che io abbia mai fatto morire.

LORENZO BITETTI

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