Go, Foxes! – La favola del Leicester tra sogni e miracoli

Solamente un anno fa l’intero mondo, intonando all’unisono quel coro gremito di speranze, accompagnava le Foxes in quella che è senza dubbio una delle più avvincenti, commoventi e gloriose pagine della storia del calcio. Chi infatti non era del Leicester? Chi non sognava la vittoria delle maglie blu, di un allenatore italiano in cerca di riscossa dopo numerosi fallimenti, di un attaccante affamato di rivalsa dopo un passato da muratore e di un gruppo di giovani di terza categoria che tutti davano per retrocessi? Chi non pregava pur di vedere il lieto fine di un sogno troppo bello per essere bruscamente interrotto? Perché dopotutto solamente un sognatore visionario avrebbe potuto immaginare la “favola” del Leicester due estati fa, quando approdava presso lidi anglo-sassoni sir Claudio Ranieri e quando i bookmakers quotavano la vittoria della Premier League da parte delle Foxes 5000 a 1 (più della scoperta del mostro di Loch Ness, dello sbarco degli alieni, e della nomina a papa di Bono degli U2…). Insomma, se quel campionato si fosse ripetuto per 5000 volte, probabilmente il Leicester lo avrebbe vinto una volta. Ma le Foxes avevano una sola occasione…

Il campionato inizia positivamente per gli inglesi, con una serie di incoraggianti vittorie che li portano con sorpresa di tutti nelle parti alte della classifica: ma ancora nessuno in Inghilterra azzardava ipotesi troppo irrazionali per sembrare vere.

Dopo 13 giornate, però, il Leicester capolista iniziava realmente ad allarmare le big inglesi. “Tanto prima o poi inizieranno a perdere”. “Giocano sempre gli stessi, a un certo punto si dovranno pure stancare; e non hanno nemmeno riserve”. E mentre davanti a un boccale di birra con frasi del genere un gruppo di tifosi inglesi cerca di autoconvincersi dell’impossibilità del trionfo leicesteriano, il mondo inizia a conoscere le Foxes. In effetti, per me come per molti altri, le maglie blu erano diventato oggetto di discussione quotidiana: il timoniere Ranieri, il paratutto Schmeichel, il possente Huth, l’instancabile Morgan, l’impeccabile Kanté, il genio Mahrez, il talismano Ulloa e lui, il numero 9 del Leicester City, Jamie Vardy erano costantemente sulla bocca di tutti. È proprio Jamie, un “ragazzaccio” del South Yorkshire, che per campare faceva il muratore e mai aveva giocato in prima divisione, a trascinare la sua squadra vittoria dopo vittoria a suon di goal. Goal spettacolari, come quello segnato contro il Liverpool, e goal brutti ma pesantissimi, che valgono un 1-0 e che portano le volpi tre scalini più in alto. Così quel ragazzaccio che prima lavorava in fabbrica diventa l’idolo dei bambini: tutti amano Vardy, tutti vogliono la maglia di Vardy, tutti sono Vardy.

Perché Vardy e compagni hanno rappresentato per tutti gli amanti del calcio – del vero calcio, del calcio che tutti i ragazzini giocano per strada con due zaini come pali e uno stadio immaginario – qualcosa che trascende le barriere dello sport: il Leicester rappresenta la rivincita di fronte a una vita deludente e priva di soddisfazioni, la rivalsa dei più deboli sui più forti e dei più poveri sui più ricchi, la forza e la determinazione nell’inseguire anche i sogni che paiono più irrealizzabili e l’incontrovertibile prova che nella vita nulla è impossibile.

In questo clima le Foxes riescono a mantenere la vetta fino ad Aprile. Io stesso di fronte a una sempre più limpida visione restavo scettico, ma tutto è cambiato al 95’ di quel Sunderland-Leicester, quando Vardy supera il portiere dei Black Cats e mette il lucchetto alla partita. In quel momento ho capito che ce l’avrebbero fatta, che la favola sarebbe diventata realtà.

E così, dopo una serie di incontri mozzafiato contro la rivalità e lo strapotere delle big, contro gli episodi arbitrali, contro la stanchezza e contro i bookmakers (che nel frattempo cercavano di scendere a compromessi con chi a inizio anno aveva davvero puntato sulla vittoria finale delle Foxes e che ora rischiava di far fallire quelle stesse aziende che pensavano di incassare soldi facili) il Leicester giunge a un passo dalla coppa.

È il 2 maggio, la sera si gioca il derby londinese fra Chelsea e Tottenham: un pareggio o una vittoria dei Blues valgono lo scudetto per le Foxes. Televisori di tutto il mondo sono sintonizzati sulla partita, e specialmente in casa Vardy, dove il bomber e tutti i suoi compagni si godono la partita abbracciati sul divano, con un cartone di pizza sul tavolo e una Guinness in mano, come veri tifosi. Ed è proprio questo che inconsciamente amiamo delle volpi: sono come noi, non sono dei calciatori con la Lamborghini e i capelli cotonati, ma degli uomini comuni e dei semplici amanti del calcio.

E mentre quaggiù a Stamford Bridge si sta scrivendo la storia, lassù in cielo, proprio lì dove tutti i sogni vengono esauditi, ignaro di tutto vola King Claudio, in ritorno dalla patria Italia, dove si era recato per un pranzo promesso alla mamma. Dopo i primi 45 minuti gli Spurs sono già due goal sopra e la pratica sembra rimandata alla giornata successiva. Ma nel secondo tempo i cugini del Chelsea erano ben decisi a fare un dispetto ai loro rivali. Così ben presto Ivanovic accorcia le distanze, e tutto d’un tratto la luce si riaccende e le speranze riprendono vigore: un altro goal e le Foxes sono campioni d’Inghilterra. Tra lacrime e preghiere, a prendersi quest’onere (e, soprattutto, onore) è il pupillo belga Eden Hazard, che sigla all’83’ il goal più importante (per ora…) della storia del Leicester.

Quelli che scorrono tra il goal del pareggio e il triplice fischio sono stati sicuramente i minuti più lunghi e sudati per i tifosi delle volpi, ma di certo i più indimenticabili. Alla fine è l’apoteosi, la gloria del calcio. Finalmente tutti possono gridare quella parola che nessuno osava pronunciare: “Champions!”. “Il Leicester, contro ogni pronostico, si laurea campione d’Inghilterra”: fiumi d’inchiostro vengono spesi con simili parole, la città è in delirio, il mondo intero versa lacrime di gioia e tutti, dal più piccolo al più grande, esultano con il Leicester, gioiscono con il Leicester e festeggiano con il Leicester. Perché in fondo, nel suo piccolo, il miracolo delle volpi ha contribuito a distaccarci per un momento dalla ripetitiva quotidianità, ci ha ridato speranza e, in un certo senso, ci ha reso la vita più bella.

È un Leicester di sogni e realtà, di forza e coraggio, di unione, amore e amicizia, di riscossa e di uomini comuni che speriamo ancora una volta ci facciano gridare “Go Foxes!”.

ANDREA SATTA

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