L’Europa del Referendum – Nuovi modi per governare un Paese democratico

Negli ultimi nove mesi l’Europa e l’Italia sono state segnate da una coppia di eventi che, oltre a essere di grandissima rilevanza, sono legati da una caratteristica comune: due referenda, l’uno del 23 giugno sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e l’altro del 4 dicembre sull’approvazione della riforma della Costituzione italiana ad opera del governo Renzi. Il primo ha scosso il continente intero, ravvivando il dialogo (se così vogliamo chiamare l’accatastarsi di schiamazzi chiassosi, ora colpevolmente mistificatori ora ingenuamente disinformati, che copre la vera discussione) sui sempreverdi temi dell’utilità e convenienza dell’Unione Europea per gli Stati membri. Il secondo, certamente meno rilevante a livello internazionale, ha sovvertito completamente lo scenario politico del nostro Bel Paese fin da prima della votazione vera e propria. I due eventi, ovviamente, si sono svolti in contesti politici e sociali radicalmente diversi che, per una corretta interpretazione dei fatti, devono essere delineati, per quanto superficialmente lo si possa fare in questa sede.

Nel 2015 il Regno Unito, chiamato alle elezioni, conferma la leadership del premier uscente David Cameron, conservatore, assegnando al suo partito la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Cameron, fin dalla campagna elettorale, promette un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (la cosiddetta Brexit), credendo, così, di strappare il tema alla destra estremista e xenofoba dell’UKIP (United Kingdom Independence Party), guidato all’epoca da Nigel Farage. Il primo ministro, schieratosi fin da subito per il “remain” (restare nell’UE), sperava di riuscire, nei mesi successivi, a orientare il dibattito a suo favore, compiendo il capolavoro politico di indire egli stesso un referendum caro a suoi oppositori e, poi, far vincere la sua linea. I fatti gli hanno dato torto.

In Italia la situazione era ed è ben diversa. Nel febbraio 2013 le elezioni politiche assegnano al Partito Democratico la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati (grazie all’allora vigente legge elettorale) e una ristrettissima maggioranza relativa al Senato. Il segretario Pierluigi Bersani, allora, trovandosi impossibilitato a formare una maggioranza stabile è costretto a dimettersi. Si forma, quindi, un governo di coalizione, sostenuto sia dal PD che da Forza Italia (all’epoca Popolo della Libertà) e guidato da Enrico Letta. Pochi mesi dopo, a dicembre, trionfa alle primarie per la segreteria del Partito Democratico Matteo Renzi e, a febbraio 2014, la Direzione Nazionale dello stesso PD impone le dimissioni a Letta, a cui subito subentra il nuovo segretario. Quest’ultimo porta avanti una serie di riforme, tra cui proprio quella costituzionale che porta il nome del ministro Elena Maria Boschi. Fin da subito Renzi assicura che la revisione sarà oggetto di un referendum, forse per rispondere indirettamente a tutte quelle critiche (del Movimento 5 Stelle in primis) che lo vedevano protagonista come un feroce arrampicatore politico che avrebbe scavalcato il voto popolare e ottenuto il potere senza consenso. Il premier, infatti, lega il destino del referendum al proprio, promettendo di dimettersi in caso di sconfitta e ribadendo il concetto più volte nel corso dei mesi. Così è stato.

Queste, dunque, sono le sostanziali differenze politiche tra Inghilterra e Italia nel periodo precedente ai referenda: nel primo caso un governo stabile, conservatore; nel secondo un governo di coalizione, di centro-sinistra. In Inghilterra Cameron è un premier forte della piena approvazione popolare che, semplicemente, vuole risolvere una questione da tempo discussa nel Regno Unito sperando, magari, di guadagnarci qualcosa dal punto di vista politico. In Italia Renzi, invece, è un premier più giovane, più inesperto, per quanto abbia già avuto a che fare con la pubblica amministrazione come sindaco di Firenze, che soffre fin dal principio di un deficit di consenso diretto che egli vuole colmare proprio con il referendum. In ultimo luogo, l’argomento referendario è, per l’Inghilterra, riguardante la politica estera e un’espressione diretta del volere popolare non è assolutamente dovuta né scontata, per quanto esistano vari precedenti. Al contrario, l’argomento referendario è, per l’Italia, di politica interna e un voto popolare a riguardo è contemplato dalla stessa Costituzione, per quanto non obbligatorio.

D’altra parte le analogie, in questa prima fase, le troviamo nelle modalità e nei toni del periodo precedente al voto. Entrambi i referenda sono stati, nei rispettivi paesi, occasione di profonda polarizzazione dell’opinione pubblica: o pro o contro, o sì o no. Nessuna sfumatura di grigio, nessun punto di incontro. È chiaro che una divisione così estrema sia insita nel concetto stesso di referendum ma, d’altra parte, è anomalo che nella discussione precedente il voto non vi sia (come non vi è stato) un confronto costruttivo tra le due fazioni con occasioni di contatto, concordanze, osservazioni costruttive. Il fronte del Remain non ha dialogato con quello del Leave, così come non lo ha fatto lo schieramento del con quello del No. Le due fazioni, semplicemente, si sono limitate ad esporsi, rigorosamente una di fronte all’altra, davanti all’opinione pubblica, chiedendo implicitamente ad ogni cittadino una scelta nettissima. Allo stesso modo, i due fronti non hanno discusso neppure nel luogo specificatamente adibito a una simile azione: il Parlamento. La costruzione parlamentare della riforma costituzionale è stata un continuo atto di forza della maggioranza (i vari “canguri”) seguito da provocazioni dell’opposizione (vedasi gli ottanta milioni di emendamenti di Calderoli), così come la decisione di lasciare l’UE non ha assolutamente interessato le Camere inglesi se non quando il referendum non aveva già decretato l’uscita. Le forze di maggioranza di Italia e Regno Unito, ignorando la minoranza parlamentare, si sono semplicemente tuffate nella folla del giudizio popolare, con esiti disastrosi. Ecco che arriviamo al punto fondamentale del discorso: l’anomalia di questi referenda è stata il fatto che il governo abbia scavalcato le forze politiche di opposizione, facendo propri i loro temi e sottoponendoli direttamente al giudizio delle masse.  Ha creduto di poter incarnare da solo tutto il panorama politico del proprio Paese, sostituendo il voto popolare ai normali strumenti di controllo. Si è convinto di essere l’unico attore sulla scena, cercando di prendere tutti gli applausi di un pubblico che, invece, aveva pagato per vedere tutti. Il potere centrale, verosimilmente, ha compiuto tutto ciò sperando di ottenere un vantaggio nel trattare egli stesso gli argomenti che, normalmente, sono propri dell’opposizione, probabilmente inconsapevole dell’errore che stava compiendo: scavalcare la democrazia rappresentativa, dimenticando che gli strumenti di controllo, nei nostri ordinamenti e nelle nostre costituzioni, esistono già e non coincidono con il popolo. Quest’ultimo, infatti, è “semplicemente” (tanto semplicemente che ci sono voluti millenni di storia per arrivarci) il detentore di quella sovranità che viene delegata, poi, ai suoi rappresentanti. In una situazione democratica sana una cosa del genere è inammissibile: la discussione avviene prima in Parlamento, dove si svolge con regolarità e con la serenità di tutti gli schieramenti e solo dopo, se necessario, ci si rimette al giudizio delle masse.

Arrivati a questo punto, dunque, rimane una domanda da porsi: per quali motivi Renzi e Cameron, consapevoli o inconsapevoli che fossero, hanno entrambi fatto questa scelta dimostratasi poi erronea?    La causa principale, a mio modesto avviso, è piuttosto circoscritta: il dilagare incessante del populismo, incarnato dal M5S in Italia e dall’UKIP nel Regno Unito. Questi due partiti seguono delle modalità d’azione piuttosto simili, basate sullo screditare tutte le altre fazioni politiche senza le distinzioni, che invece sarebbero doverose e indispensabili, e sul proporre, rigorosamente in tono rabbioso e aggressivo, soluzioni demagogiche e impraticabili, garantendole come realistiche, per poi mai applicarle. Naturalmente le distinzioni tra i due partiti abbondano ma approfondirle richiederebbe uno spazio che qui non è necessario sprecare, dal momento che esse non influenzano il nocciolo di questa analisi: entrambi i movimenti, infatti, hanno un cuore populista e demagogico e questo ci basti. Hanno messo al centro della scena il popolo, coinvolgendolo non in modo costruttivo e partecipativo – invitandolo a contribuire alla creazione di una proposta politica alternativa a quella vigente –, ma usandolo in modo distruttivo ed inconcludente contro le altre fazioni politiche. Ciò ha fomentato una rabbia indistinta e ingiustificata che si propone di smantellare un sistema senza costruire alcunché al suo posto. In un tale clima di odio, puro e fine a se stesso, il dibattito politico non è più tra partiti (dato che quelli demagogici di cui finora abbiamo parlato rifiutano di dialogare con le altre forze in campo) ma tra singoli partiti e popolo. Ecco come il governo, tanto quello italiano quanto quello inglese, trovatosi impossibilitato a interagire con l’opposizione, è ricorso al giudizio diretto della massa per avere un’approvazione. Ha usato gli stessi modi del populismo senza, però, avere gli stessi progetti. Perché dire di no, smantellare qualcosa, è un gesto facilmente comprensibile i cui risvolti, per lo meno quelli immediati, sono palesi; costruire qualcosa, invece, è complesso sia a parole che a fatti, non è facile prevederne le conseguenze e richiede un dibattito approfondito tra persone competenti. Ecco perché il dialogo diretto con il popolo risulta “proficuo” per i partiti che propongono solo distruzione, come il M5S e l’UKIP, e inconcludente per le forze politiche che, invece, sostengono un progetto concreto.

L’errore di Renzi e Cameron precedentemente individuato ora si può leggere in un altro modo: credere, consapevolmente o meno, di poter combattere i movimenti populisti con i loro stessi mezzi; scavalcando, cioè, la democrazia rappresentativa. I governi occidentali, invece, per fronteggiare questa minaccia dovranno costruire un’alternativa credibile sia dal punto di vista politico che comunicativo, senza cadere nella tentazione di combatterla con i suoi stessi mezzi, dato che questi non portano da nessuna parte.

FLAVIO IELARDI

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