Ricordo ancora la prima volta che ti ho incontrata. Erano i primi di dicembre e faceva freddo, freddissimo. Le strade iniziavano ad essere infestate da quegli addobbi natalizi che io ho sempre odiato e il cielo prometteva una nevicata non indifferente. Stavo camminando senza meta per Oxford Street con la chitarra sulla spalla, protetta dalla sua custodia di pelle marrone. Capitava spesso di trovarmi a vagare a vuoto per le vie di Londra, come mi capitava spesso di perdermi nei miei pensieri, tipici di un ragazzo di vent’anni che, nell’attesa di essere notato da qualche produttore discografico, si accontenta di cantare qualche strofa scritta alle due di una notte insonne su un marciapiede bagnato e scivoloso, ignorato dagli adulti e ammirato dai giovani che, probabilmente, condividevano lo stesso sogno.

Avevo velocizzato il passo per colpa di un fiocco di neve cadutomi sulla punta del naso, rendendo-lo ancora più ghiacciato. Tirai un sospiro di sollievo quando trovai finalmente un locale. Non ricordo nemmeno il nome – mi ucciderai dopo questa confessione, ne sono sicuro – ma ancora riesco a sentire l’aroma del caffè che mi invadeva le narici e il rumore delle stoviglie misto al chiacchiericcio della gente che sembrava non averne mai abbastanza di parlare, criticare, giudicare. Mi ero avvicinato ad un tavolo posto in fondo all’angolo, abbastanza nascosto. Avevo buttato la chitarra sotto la sedia e mi ero seduto aspettando qualche cameriere che mi chiedesse l’ordine con gli occhi stanchi di chi, alle sei di pomeriggio, vorrebbe solamente andarsene a casa a preparare una cena veloce. Non arrivava nessuno, però, e io iniziavo a sbuffare picchiettando le dita sul tavolo di ciliegio, ignorando il telefono che vibrava nella tasca dei miei jeans neri strappati.

Al decimo messaggio, al ventiquattresimo ticchettio delle dita sul tavolo, alle sei e un quarto, volsi lo sguardo a destra e ti vidi. Ti vidi per la prima volta. Ti vidi come si vede l’alba, la luce del sole che si specchia sul mare calmo, una stella cadente con il cuore in gola. Ti vidi come si vede uno stormo di uccelli su uno sfondo azzurro limpido, i fuochi d’artificio l’ultimo dell’anno che illuminano Westminster Bridge. Eri, nel semplicissimo significato del termine, bellissima. Ricordo persino come eri vestita: jeans blu, maglione verde scuro e capelli caramello arrangiati in una treccia che ti ricadeva su una spalla, scoperta dalla stoffa. Ti mordevi un labbro con la testa china su un diario, agitando una biro tra l’indice e il medio. Mi sono ritrovato a voler sapere cosa stessi scrivendo, cosa stessi pensando e se, in quella tazza vuota vicino al tuo diario, ci fosse stato con-tenuto un cappuccino o una cioccolata calda. Poi anche tu hai alzato lo guardo e mi hai guardato. Hai anche accennato un sorriso, forse per i miei capelli mori e ricci che quel pomeriggio erano più disordinati del solito, o per il mio naso rosso che mi faceva assomigliare alla renna Rudolf, tanto per restare in tema natalizio. Chissà se a te il Natale piaceva. Pensai che sì, te dovevi proprio es-sere il tipo da Natale, delle tavolate piene di parenti rumorosi e delle calze appese al camino. Ti vedevo la sera alle nove sul divano con il plaid sulle gambe e un libro tra le mani. Magari portavi gli occhiali per non stancare gli occhi. Grandi, marroni, maculati, estremamente vintage.

-Cosa le porto?

Alzai lo sguardo verso il cameriere di cui non mi ero accorto finché non aveva aperto bocca. Aveva un’aria svogliata e annoiata, un taccuino nelle mani grandi e tozze e un grembiule nero che gli cingeva i fianchi abbastanza larghi.

-Un cappuccino, grazie

Il ragazzo si liquidò velocemente, lasciandomi il tempo necessario per riguardarti da qualche tavolo di distanza. Anche tu eri abbastanza nascosta, e supposi che quella non fosse la tua prima volta in quel locale. Si vedeva dal tuo modo di sederti sulla sedia, con una gamba sotto il sedere a sporgerti lievemente verso il diario che stavi distruggendo con dei veloci movimenti della penna che impugnavi con la mano sinistra. Il cappotto appoggiato sullo schienale della tua sedia mi suggeriva che anche tu accusavi il freddo, e che forse ti eri pentita di aver scelto quel maglione verde che ti scopriva la spalla sinistra, bianca come la neve che era iniziata a scendere in quel momento. Un attimo dopo si ripresentò il cameriere con il mio cappuccino bollente. Gli sorrisi per cortesia, con uno di quei sorrisi tirati che si regalano gratis giornalmente per non essere considerati dei perfetti stronzi, e lui sembrò ricambiare quello stesso gesto che di fondo significava: almeno la mancia potevi lasciarmela.

Mi sembrò naturale strappare un pezzo della salvietta che il gentilissimo – gentilissimo – cameriere mi aveva lasciato insieme al cappuccino, e iniziai a scrivere. Io scrivevo sempre, un po’ come te quella sera in quell’anonimo locale di Oxford Street. Scrivevo appena sveglio e prima di addormentarmi, mentre aspettavo che la metropolitana arrivasse e dentro Starbucks. Scrivevo quando mia madre irrompeva in casa mia dallo Yorkshire con una valanga di cibo che avrei sicuramente regalato ai vicini, durante le mostre di arte e quando alla radio mettevano Ed Sheeran e in quel momento, in quel preciso giorno dei primi di dicembre, alle sette meno un quarto, in un quasi nascosto bar di Oxford Street, io stavo scrivendo perché avevo visto te.

Ricordo di aver controllato velocemente l’orologio, di essermi alzato rumorosamente dal mio posto, di aver preso il cappotto e il mio pezzo di carta che avevo sporcato con l’inchiostro di una penna nera trovata nella custodia della mia chitarra, di essermi avvicinato al tuo tavolo e di avertelo lasciato proprio vicino alla tua tazza di ceramica ormai vuota. Ricordo che hai alzato lo sguardo, e che avevi un’espressione confusa ed interrogativa. Quando i miei occhi verdi incrociarono i tuoi nocciola, mi liberai in un sorriso. Non eri truccata e avevi le labbra screpolate. Avevi anche un neo, lì, proprio all’angolo destro della bocca. Hai riabbassato lo sguardo per leggere il biglietto. Io ero quasi arrivato all’uscita ma, prima di andarmene, ti guardai di nuovo. L’ultima co-sa che ricordo di quella sera sei tu che, dopo averlo letto, hai sorriso e te lo sei intascato. C’era scritto: “Voglio sapere cosa stai scrivendo da mezz’ora”. E io non avevo neanche finito il mio cappuccino.

ALESSANDRA CASCIELLO

 

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Mi sono accorta che l’amore non esiste una notte d’estate, stesa sulla sabbia bagnata dalla pioggia che era caduta quella mattina. Con gli occhi chiusi, mi facevo cullare dal rumore delle onde del mare che raggiungevano la riva, toccandola in modo frugale.

Ho aperto un occhio puntandolo verso il cielo, osservando le stelle che quel giorno erano più luminose e brillanti del solito. Eccolo là, il grande carro. Papà me lo faceva sempre vedere, quando ero piccola. Poi vicino, la stella più luminosa, doveva essere un pianeta vicino, e infine la luna che se ne stava in disparte, felice e serena a contemplare la vita veloce e a tratti dolora degli uomini.

Anche l’altro occhio ormai era aperto. In lontananza sentivo qualcuno strimpellare la chitarra. LA-MI-RE. La canzone del sole, Lucio Battisti. Bella, la metteva sempre in macchina. Ricordo che faceva facce buffe, allora io gli tiravo uno schiaffo sul braccio ridendo come una matta dandogli del cretino, poi lui mi baciava e non riuscivo più a fare l’acida.

Lui non me lo avrebbe mai permesso. Di guardare le stelle di notte da sola, intendo. Diceva che aveva paura, che si sentivano tante cose sui giornali e che ero fin troppo bella per passare inosservata. Io non mi ci ero mai sentita, bella, però quando me lo diceva non riuscivo a non crederci un pochino. Riusciva a cambiare la percezione che avevo di me.

Però sì, vabbè, sto bene. Anche se a volte, se devo proprio essere sincera, piango. Non lo so perché, lo giuro, piango e basta.

Mi sono accorta che l’amore non esiste una notte d’estate, tre mesi dopo il nostro ultimo bacio, mentre guardavo le stelle sentendomi libera senza di lui.

ALESSANDRA CASCIELLO

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