“Ragazzi di vita” – Pasolini raccontato al teatro Argentina

“Faceva un caldo, che non era scirocco e non era arsura, ma era soltanto caldo. […] I barattoli vòti, le scatole dei medicinali rovesciate, i cocci, le cagate, tutto affondato in mezzo a quelle sterpaglie, cor sole alto che coceva. Settembre ormai, se lo chiamavi, t’arispondeva”

Sembra quasi di poter vedere davanti agli occhi questa Roma che Pasolini ci racconta. Il sole estivo, caldo, che tinge tutto di rosso. Le urla, gli schiamazzi, gli schizzi d’acqua, i ragazzi che, con i pochi soldi racimolati, corrono “dar Ciriola”, per farsi un bagno nel Tevere e combattere la soffocante afa che accompagna certe giornate romane. Il Riccetto, Agnolo, Begalone, il Caciotta, tutti ragazzi delle borgate di periferia di Roma, che trascorrono le giornate alla ricerca di qualche soldo e passatempi nuovi; ragazzi affamati di vita, pronti a tutto pur di provare emozioni.

Filo conduttore tra i vari episodi del testo di Pasolini è il Riccetto, personaggio che funge da pretesto per raccontare la miseria e la povertà del Secondo Dopoguerra, anche attraverso la trasformazione della sua anima: se, infatti, all’inizio della storia si getta nelle acque del Tevere, rischiando la propria vita per salvare una rondine, col trascorrere del tempo perde l’iniziale sensibilità, tanto da arrivare al termine del racconto a non salvare un bambino, figlio del suo principale, che sta affogando in quelle stesse acque.

È uno spettacolo meraviglioso questo “Ragazzi di vita” portato al Teatro Argentina di Roma dal 26 ottobre al 20 novembre, con la regia di Massimo Populizio e la drammaturgia di Emanuele Trevi. Un lavoro sicuramente difficile, ma riuscito splendidamente, perfetto completamento del progetto Roma per Pasolini, iniziato dal Teatro di Roma per celebrare la ricorrenza del quarantennale della morte del poeta e drammaturgo delle periferie. Quello che viene raccontato, però, non è un Pasolini torbido, non viene rappresentata la sofferenza; è presente invece una sorta di ingenuità, di stupore per ciò che succede, che accompagna i ragazzi per tutta la storia. Elemento fondamentale è la lingua, non il dialetto romano che conosciamo, ma il romanesco inventato, contaminato di Pasolini, che diventa più potente grazie all’uso della terza persona. Tutti gli attori, infatti, fungono da narratori di se stessi, in quanto, accanto alle proprie battute, recitano la descrizione in terza persona del loro stesso personaggio.

Interessante è la scelta di portare in scena episodi scelti apparentemente slegati tra loro (alcuni non presenti nella prima edizione del romanzo, come quello del fusajaro), ma che raccontano con chiarezza e verità la società delle borgate, e di usare, come collante tra questi, canzoni d’epoca, per rievocare determinate sensazioni e modi di vivere con uno stile più concreto.

Unica pecca è forse il poco spazio dato allo sviluppo della figura del Riccetto, all’evoluzione di questo personaggio da ragazzino delle borgate sensibile ed impulsivo a uomo integrato, quasi prigioniero del ruolo che la società gli assegna.

In scena 18 attori, più un narratore, Lino Guanciale, presenza leggera che osserva, racconta, ma non si sovrappone mai, come attratto da un mondo più umile a cui, però, sa di non appartenere; vuole toccare con mano, spingersi fino ad assaporarlo, ma le sue insinuazioni sono cariche di una delicatezza quasi paterna. È un uomo che si confonde con le storie, talvolta prendendone parte, talvolta solo camminandovi a fianco e seguendo la vita dei protagonisti e le situazioni in cui si imbattono.

“Più che incarnare Pasolini, imitandolo scenicamente, che rimanderebbe al personaggio dello scrittore,” – racconta Guanciale parlando del suo personaggio – “abbiamo fatto una scelta più rispettosa del suo lavoro come autore. Cioè io, in sostanza, tento di incarnare in qualche modo lo spirito del libro, cerco di dare rappresentazione del gesto che Pasolini fa scrivendo Ragazzi di vita. [Il mio personaggio] è un uomo borghese, infatti sono vestito in maniera molto diversa dai ragazzi della borgata; un uomo che si strappa via dal suo mondo per tentare di immergersi completamente in quello che vuole raccontare, senza riuscire ad appartenervi fino in fondo, ma con la missione di accendere una luce su questo mondo inferiore ad uso del mondo superno, per fargli vedere che cos’è la sostanza di vita di questa realtà, rimossa dallo sguardo per lo più di chi vive nella società ricca di benessere. Quindi ecco, tento più che altro di rappresentare che cosa la penna di Pasolini ha fatto mentre scriveva questo romanzo”. Poi aggiunge: “Ci sono momenti in cui il narratore sospende la propria estraneità e partecipa all’azione dei ragazzi. Ci sono delle isole, dei momenti in cui o direziona le loro azioni praticamente, oppure sta in mezzo a loro. È un drone e allo stesso tempo un ladro […] seleziona i frammenti da raccontare, escludendone altri, e rubandoli a questa realtà.”

Per gli studenti del liceo Manara questo spettacolo è stata un’esperienza particolare, poiché Lino Guanciale e altri due componenti del cast (Flavio Francucci e Roberta Crivelli) sono stati ricevuti nell’aula magna della scuola per presentarlo, in un incontro coinvolgente che ci ha permesso di assistere poi alla rappresentazione teatrale con una consapevolezza più piena e matura.

CHIARA CATALDI

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