Il TRUMPoliere americano

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. La sua vittoria è stata un evento del tutto inaspettato, ma inquadrabile nell’odierno contesto politico internazionale

Ed ecco il panciuto bislacco figuro in rotondo completo blu, rubiconda roboante rotolante cravatta cinta attorno al collo e che guinzaglio sia solo il fascio di luce che gli brucia il petto: dalle gambe dei pantaloni, di tessuto opaco come il potere, sfilano due lunghi trampoli, tanto lunghi che davanti ai musi dei bambini e dei loro sbrodolanti gelati vi son solo due sottili rami di un vecchio ciliegio. ­­Eppure, alzando lo sguardo, incurvando il collo e spalancando la bocca, si può scorgere l’arruffato gesticolare del circense, la cui testa sbuca al di fuori del tendone. Ebbene sì, il tendone è bucato, e quel foro da tempo deturpa la bellezza di quel circo.  Abbiamo appena ammirato il numero di uno dei più famosi circensi della politica internazionale dell’ultimo anno: Donald Trump.

Nato il 14 giugno del 1946 a New York, alto 1,88 m e con all’attivo un patrimonio netto di 3,7 miliardi di dollari è stato il rappresentate del partito repubblicano alle elezioni governative che si sono tenute negli Stati Uniti lo scorso 8 novembre e che lo hanno consacrato vincitore, ma anche quello che alcuni critici letterari etnologi chiamerebbero “il trickster dell’agone politico”. Con la parola trickster, “imbroglione”, si suole descrivere un personaggio dalla moralità ambigua, frequentatore di sporcizie, delitti e oscenità. Un briccone, dunque, caratterizzato da alcuni tratti sempre ricorrenti come l’amoralità, la quale scaturisce dal fatto che egli non appartenga né al mondo degli uomini né a quello degli dèi o degli spiriti, ma operi ai margini dell’uno e dell’altro. In questo modo egli risulta estraneo alle norme che regolano ciascuno di questi due universi e di conseguenza è libero di dire indiscriminatamente la verità senza alcuna conseguenza. Forse è proprio qui che però si trova un’importante discrepanza fra il cappello a sonagli e il toupet arancione: quest’ultimo, infatti, secondo Pierre Haski, giornalista della testata francese “l’Obs”, può dirsi uno dei più importanti esponenti di quella che ormai è diventata pura e semplice prassi politica, ovvero la “post-verità”. “Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica”, ci insegna Hannah Arendt, “siano in rapporti piuttosto cattivi […] e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità fra le virtù politiche”. Nella “post-truth era” questa inconciliabilità diventa quasi idiosincrasia e nelle democrazie, quanto meno in quelle occidentali, si diffonde la tendenza a non dar più il peso necessario ai fatti o ai dati tecnici durante il dibattito politico: al popolo votante bastano menzogne pronunciate in modo sicuro per tracciare una X sulla scheda elettorale.
Parliamo ora della campagna referendaria per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea o anche uno dei casi più discussi ed esemplari di post-verità. Gli autobus che sfrecciavano con l’eleganza di un brano dei Sex Pistols attraverso i sobborghi della cosiddetta “Big Smoke” erano tappezzati da cartelloni sui quali, a caratteri cubitali, campeggiava una delle svariate bugie che hanno caratterizzato la campagna elettorale della scorsa estate. Secondo Nigel Farage, leader del partito populista, nazionalista e reazionario UKIP, Londra verserebbe all’Europa 350 milioni di sterline ogni settimana, fondi che si sarebbero potuti devolvere al servizio sanitario nazionale. Questa somma di denaro non è mai stata devoluta e non sarebbe mai stata richiesta dal Governo Centrale.

Ritornando al nostro caro neo-presidente, c’è da dire che alcune prestigiose agenzie di fact-checking hanno stimato che più di due terzi delle sue affermazioni sono false. Due delle dichiarazioni più aspramente smentite sono quella riguardante la sua atavica opposizione rispetto alla guerra in Iraq, alla quale fu favorevole fino al 2004, e quella riguardante la fattura fantasma per la realizzazione del muro di frontiera che, a quanto pare, Trump non avrebbe mai inviato al presidente messicano. Eppure sembra che il popolo americano non se ne sia accorto, o quasi che il tasso di gradimento sia cresciuto in maniera direttamente proporzionale al numero di falsità e improperi che ha partorito quotidianamente a partire dalla sua discesa in campo. Questo perché, in primo luogo, in questo tipo di campagne elettorali, sono i sentimenti e non i fatti quelli che contano e, in seconda istanza, perché il diffondersi della post-verità è sintomatico dell’insofferenza dell’elettorato nei confronti dell’élite composta da vecchi benpensanti appiccicati con l’Attak alla poltrona. Trump catalizza voti non perché i fatti che riporta durante i suoi comizi siano veritieri, ma perché incarna il rifiuto del fumoso sistema politico tradizionale, così come d’altronde fanno molti dei partiti dell’anti-politica che hanno iniziato a colonizzare i parlamenti delle nazioni europee negli ultimi anni: penso all’inglese UKIP, citato precedentemente, al francese Front National, al tedesco Alternative für Deutschland e alla nostrana Lega Nord. I leader di questi schieramenti – Farage, Le Pen, Petry, Salvini – in comune non hanno solo l’aspetto fittizio del contenuto dei loro discorsi, ma anche la semplicità elementare della forma di questi ultimi.

Un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University, analizzando i discorsi di tutti i candidati alle presidenziali, è arrivato alla conclusione che la struttura grammaticale delle frasi di Trump corrisponde a quella di un bambino di undici anni. Questo potrebbe essere la conseguenza o, da una parte, di una precisa, ponderata, senziente scelta politica di comunicazione, grazie alla quale il nostro Donald sarebbe riuscito a farsi comprendere da una platea elettorale molto ampia (al cui interno convivono cittadini di gradi di istruzione differenti, di ceti sociali a volte persino opposti), oppure, dall’altra, di una banale mancanza di profondità di pensiero.

Insomma, un secolo dopo la Rivoluzione d’Ottobre, un nuovo fantasma si aggira non solo per l’Europa, ma per tutto l’Occidente, questa volta però senza alcuna venatura rossa, né il benché minimo spirito internazionalista. Xenofobia, razzismo, odio per le istituzioni sovranazionali. Ecco alcuni dei suoi tratti caratteristici. E perché questo fantasma richiama a raccolta con un seguito così massiccio il popolo votante? Credo che, in un epoca durante la quale la democrazia non è più di rappresentanza, ma una pura farsa teatrale in cui i cittadini sono solo comparse, durante la quale il potere è trasmigrato dalla politica all’economia e dall’economia alla tecnica, il cittadino sia vittima dell’illusione che, se il proprio portavoce urla, diventi autorevole e che, mediante l’invettiva giambica, i governi si svincolino dalla definizione che li ritrae come mere estensioni organiche dei mercati. E la rabbia divampa, e del circo rimarranno solo le ceneri.

ELENA PERIN

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