Libia: una nazione senza popolo

Alcune riflessioni sul destino della Libia, a cinque anni dalla caduta di Gheddafi

Eccoci qua. Mi ritrovo ancora una volta davanti al computer sperando che mi sovvengano idee interessanti da approfondire per il nostro caro e stimato Giornale d’Istituto. Penso al calcio, penso al peggior giocatore che a mio parere abbia mai calpestato un terreno di gioco di Serie A. Penso a Saadi Al Gheddafi. E lì mi si apre una finestra, un mondo, e con un doppio salto passo alla politica estera e a un registro più elevato. Siamo in Libia. Un territorio vasto, il quadruplo dell’Italia, quarto stato africano in ordine di grandezza, popolato da 6.200.000 (2010) abitanti, e che in questo terribile biennio di guerra civile sembra essersi dissolto di fronte alle numerosissime fazioni paramilitari e ideologiche createsi dopo la caduta del quarantennale regime del Rais Al Gheddafi. No, non è lui. Il Rais era della stessa famiglia e tribù al vertice dello Stato e il suo nome era Muammar. Lui è il figlio.  Parlo di tribù perché, fondatrici organizzative delle “giovani” cellule armate, sono le 500 tribù ancestrali che come i nobili latifondisti durante il feudalesimo, fin dalla dominazione ottomana hanno avuto il potere effettivo sui vasti territori della Libia. Dei veri e propri clan, legittimati dalla storia e profondamente radicati in una società che, di fatto, non è mai stata civile e fondatrice di uno Stato in cui vi fosse partecipazione popolare, ma legata a una struttura feudale, per usare un eufemismo, e caratterizzata, di conseguenza, da un atteggiamento di sottomissione e sopportazione da parte della popolazione libica di privilegi e soprusi della Kabila, le forze tribali libiche. Anche il nostro popolo dovette, suo malgrado, affrontare l’ostinata resistenza e scaltrezza delle tribù libiche, quando tra il 1911-13, il buon Giolitti scatenò il conflitto italo-turco per la futile conquista della Libia – o meglio per prendersi Immagine1l’ultima fetta di una torta, quella africana, azzannata dalle fameliche idee imperialiste europee – ottenuta dopo gravose perdite umane, e che a lungo andare si rivelerà più fastidiosa che altro. Di fatto all’epoca le tribù erano già molto potenti, tanto da sostituire i delegati imperiali turchi. Proseguendo sul filo della storia, la Libia subì il dominio italiano senza alcun vantaggio eclatante, fino alla Seconda Guerra Mondiale e al conseguente trattato di pace che sancì l’indipendenza della Libia e la nascita di una monarchia filo-occidentale che per la prima volta riuniva l’intero territorio, il cui centro amministrativo era la capitale Tripoli, promuovendolo a nazione. Ma le riforme, gli investimenti europei, la modernizzazione europeista non accontentarono le masse islamiche, che difesero la loro cultura con atti di ribellione con l’appoggio dell’esercito, e che costituirono in seguito la giustificazione del colpo di Stato del 1969.

Dopo varie vicissitudini, si fece strada nell’esecutivo quel colonnello che, con la solita abilità diplomatica, il solito carisma, le solite scemenze propagandistiche e ideologiche, si fece strada governando indisturbato fino all’anno dopo il mondiale in Sudafrica e prima degli Europei in Ucraina e Polonia nel 2011. Stiamo parlando ovviamente di Muammar Al Gheddafi, colui che della Libia sembrava avesse fatto un popolo,  colui che sembrava avesse conferito un’ideologia rivoluzionaria rivoluzionaria (scusate il gioco di parole) elaborando di proprio pugno un ideenkleid  che sarà poi pubblicato in quella Bibbia di Stato chiamata Libro Verde, colui al quale la troppa esaltazione della sua autorità lo aveva spinto a proporre l’improbabile creazione di uno Stato regionale panarabo, colui che si fece strenuo oppositore di ogni tipo di occidentalismo e penetrazione culturale e commerciale americana, e in questo forse la sua azione fu apprezzabile.  Il suo sistema di potere ha retto così a lungo, nonostante lo stato di isolamento mondiale e i vari embarghi a cui fu sottoposto per uscite vulcaniche e spensierate in politica estera, grazie allo strategico adeguamento della sua politica alle esigenze dei potentati tribali, attraverso l’affermazione di un sistema politico tribale che impediva, e lì sta il genio del dittatore, la nascita di una società civile pluralistica basata su istituzioni democratiche.

ImmagineLe pseudo-istituzioni democratiche che Gheddafi permetteva erano garantite dal Libro Verde, supporto ideologico alla legge statale, che in nome di una democrazia diretta autentica e sprezzante nei confronti del corrotto, sleale, oligarchico modello rappresentativo europeo, concedeva il potere a dei comitati popolari effettivamente guidati dalle tribù, alle quali il leader militare permetteva ogni commercio illecito o delitto. Così Gheddafi si faceva grande promotore della democrazia, ma era un dittatore (e qui sta la contraddizione di molte dittature). Le tattiche politiche utilizzate dal Rais per tenere a bada i molteplici attriti interni alla Kabila, in modo da applicare la legge sempre valida del “divide et impera”, furono essenzialmente due tipi: la cooptazione delle tribù arabe al regime in ottica panaraba e la marginalizzazione delle etnie berbere a cui già nel primo decennio di governo post-monarchico fu sottratto il diritto di cittadinanza. In questo modo Gheddafi diminuì fortemente la rilevanza socio-politica della Kabila inserendola nel sistema politico di “democrazia diretta” e promuovendo dall’alto ideologie nazionalistiche che potessero unificare lo spirito del popolo libico fornendo un ‘alternativa valida alla natura tribale della regione. “Il comando al popolo, il congresso del popolo la migliore forma di governo”; “…la democrazia è un sistema dittatoriale, il Parlamento e le elezioni un imbroglio”. Questi erano i due principi fondamentali della jamahiriya, neologismo arabo traducibile in italiano con governo delle masse, che il Rais cercò di applicare fin al termine della sua vita politica.

Ma non vi riuscì e così arrivò Sarkozy (fa anche rima). O meglio, la catena di sommosse della Primavera araba, che spodestò facilmente vecchie autocrazie troppo deboli per il XXI secolo, giunsero via Twitter ai giovani libici stanchi della quarantennale barzelletta di Gheddafi e del figlio comprato dal Perugia, e avviarono la rivoluzione. Parte dell’esercito rimase fedele al colonnello, così lo spodestamento fu più complesso del solito: si trattò di una vera e propria conquista da parte dei ribelli coordinati dal Consiglio Nazionale di Transizione ma soprattutto appoggiati e sovvenzionati pesantemente dall’Onu che incredibilmente assecondò i capricci militaristi e avventurieri del premier francese Sarkozy, il cui reale scopo era mostrare la propria forza all’elettorato in vista delle elezioni presidenziali del 2012. In nome della libertà, dell’uguaglianza e della legalità ovviamente. Oltre che del principio di sovranità popolare, di autodeterminazione dei popoli, e via ciarlando. Di fatto entrambi i progetti dell’ex-premier fallirono miseramente.  Fu cosìImmagine5 creato un governo filo-occidentale, pacifista, costituzionale, unitario, l’Onu abbandonò il sito, e vissero felici e sorridenti con il fast-food. E invece no!  Perché guarda caso l’elezione “democratica” del 2014 ha fatto vincere un partito islamista, mentre la Corte Costituzionale ha dichiarato illecita la votazione e ha indetto nuove elezioni. Allora i ribelli islamisti, appoggiati dalla tribù Qabila, si sono stabiliti a Tripoli forgiando un governo eretico governato da 35.000 uomini del generale Haftar e soprattutto difeso da Egitto, Qatar e Turchia.

D’altro canto il focolare libico è esploso a causa delle lotte tra migliaia di tribù, partiti islamisti fratricidi, unità paramilitari, parti dell’esercito di Gheddafi.  Agli Stati Uniti nulla importava. Fin quando anche la peste del fondamentalismo dell‘ Isis tramite una cellula locale, ha occupato le città di Sirte e Derna annettendole al Califfato di Al Baghdadi. Affinché il morbo non passi attraverso l’immigrazione alla davvero poco distante Europa, la mobilitazione politica si è accesa e l’interventismo è un ipotesi appoggiata da alcune fazioni politiche ma non dall’Italia, stando alle dichiarazioni di routine del nostro premier e del Ministro degli Esteri. Sta di fatto che la situazione sociale in Libia è sempre la stessa. È evidente che un’idea di nazione libica, a parte i freddi e razionali calcoli di un dominatore al governo, non sia nella mente della popolazione. E forse una spartizione dall’alto da parte dell’Onu seguendo l’etnologia del territorio libico, potrebbe essere utile non solo per la pace e lo sradicamento dell’Isis, ma anche per una spartizione delle risorse energetiche della regione tra potenze (tra cui rientrerebbe a pieno titolo l‘Italia).

Ma non bisogna dimenticare che troppo, troppo si è intervenuti in questioni che non ci appartengono, troppo abbiamo svolto il ruolo di civilizzatori commerciali e portatori del benessere, per troppe volte abbiamo sfruttato delle popolazioni imponendo loro dei modelli, degli stili di vita altamente irrispettosi e beffardi per la loro religione. Poi sono tutti pronti a stupirsi e a spaventarsi di fronte a fenomeni di fondamentalismo estremo, come quello dell’Isis. Forse ce lo meritiamo. Di sicuro Saadi Al Gheddafi non si meritava le torture da parte dei ribelli che lo hanno catturato, suo padre non si meritava una sentenza sommaria, così come altri dittatori catturati e giustiziati dagli statunitensi per meri obiettivi petroliferi, molti civili non meritavano la morte sotto i droni o i raid! Dov’è la civiltà in tutto questo?  Talvolta sembrano gli europei violenti come gli sterminatori fondamentalisti.

Immagine2Di fatto il tribalismo è tornato a troneggiare nella regione a due passi, o meglio a “due bracciate”, dall’Italia. Eppure grazie alla dittatura di Mu’amaar Al Gheddafi la Libia aveva aumentato esponenzialmente la sua ricchezza diventando una delle più economicamente dotate nel Medio Oriente, il Verde ideologico imposto dal colonnello aveva soffocato nella bandiera i mille colori contrastanti della Kabila, la pace in Nord-Africa regnava, i problemi dell’immigrazione erano stati leniti grazie alla minima , ma sempre tale, apertura europeista del Rais nelle trattative, sancita da un Trattato nel 2011 con l’Italia. No, ma che dico! Se è una dittatura bisogna abolirla e l’Onu ha il diritto di intervenire! Viva la libertà!

P.S. Comunque Saadi al Gheddafi sembra stia bene dopo anni di galera e prigionia forzata, di sicuro ha smesso di giocare a calcio. In serie A ha collezionato 1 presenza in 3 stagioni, 3 passi in campo e un autografo di Totti.

MARCO CILONA

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